di Chierico Dotto
PERUGIA – C’è chi prova, distribuendo certezze quasi zero e molte allusioni, a scrivere pagine dell’Università. Dimostr di essere irrimediabilmente fuori e se ne dispiace.
Quelle che scaturisce sono le solite pseudo notizia, che più che informare, vogliono – per altro inutilmente – condizionare il dibattito interno dell’Ateneo perugino.
Della Vivolo basta ricordare che èstata ed è una valida peofessionista.
Il punto è un altro.
Chi conosce davvero l’Università di Perugia sa che da anni esiste una parte ampia della comunità accademica che prova a difendere l’autonomia dell’Ateneo. Lo fanno docenti, ricercatori, personale tecnico-amministrativo, studenti e lo fanno senza proclami traducendo il loro impegno nel lavoro quotidiano, nei consigli, nelle riunioni, nelle scelte amministrative. Perché l’università non è né un cortile privato né una stanza da occupare all’interno della quale interessi esterni possono entrare dalla porta laterale e condizionare decisioni, nomine, equilibri e relazioni.
Chi vive l’Ateneo lo sa bene. Sa come certe pressioni non arrivano sempre in modo plateale ma, magari, passano da una telefonata, da una segnalazione o da un suggerimento presentato come innocuo. A volte succede che si mascherino da rapporti istituzionali o da relazioni personali utili. Il vero problema si genera quando questi rapporti pretendono di orientare la vita dell’Università.
Ecco perché colpisce che alcune ricostruzioni non pongano mai la domanda centrale: quale deve essere il rapporto tra l’Università di Perugia e i centri di potere esterni?
Sarebbe questo il tema da affrontare. Senza giri di parole. Se ci sono fatti, si dicano. Se ci sono documenti, si mostrino. Se ci sono responsabilità, si indichino con chiarezza.
C’è poi un altro aspetto sul quale concentrarsi. Ogni scelta che può essere letta come riaffermazione dell’autonomia dell’Ateneo viene subito raccontata come sospetta. Se un rettore modifica una linea, ridefinisce alcuni equilibri o assume decisioni diverse rispetto al passato, scatta immediatamente l’interpretazione maliziosa: pressioni, accordi, manovre.
Ma esiste anche un’ipotesi molto più normale. Chi guida un’università può semplicemente esercitare le proprie prerogative istituzionali. Può decidere. Può correggere una rotta. Può aprire una fase nuova. Può scegliere di non subire condizionamenti.
Del resto, senza voler tornare troppo indietro negli anni, non si può far finta che ogni avvicendamento al vertice amministrativo dell’Ateneo sia una novità assoluta o un fatto di per sé sospetto. Per dire: anche in passato, con il passaggio a nuove fasi di governo universitario, la figura del Direttore Generale è cambiata.
Ma stavolta il bersaglio sembra non interessarsi per nulla alla Direzione generale, bensì essere quella parte dell’Università che continua a dire no a ogni tentativo di rendere l’Ateneo permeabile a interessi estranei alla sua missione.
Su questo punto è bene andare diretti senza usare parole altisonanti che potrebbero distrarre: l’autonomia universitaria non può essere una formula elegante da inserire nei comunicati ufficiali quando fa comodo perché è una cosa concreta, molto concreta.
Autonomia significa, infatti, poter scegliere senza dover guardare a logiche di appartenenza, a equilibri di convenienza o a scambi più o meno dichiarati. Autonomia vuol dire difendere la ricerca, la didattica, l’amministrazione e la vita quotidiana dell’Ateneo da ogni tentativo di trasformare l’università in uno strumento di consenso o in uno spazio da occupare per interessi che con la comunità accademica hanno poco a che fare.
Per questo il dibattito pubblico dovrebbe poggiare sui fatti. Non sulle voci. Se non esistono fatti, sarebbe meglio evitare di alimentare sospetti che finiscono soltanto per danneggiare l’immagine dell’Università di Perugia e per delegittimare chi, ogni giorno, lavora per mantenerla libera.
L’Università ha bisogno di trasparenza. Ha bisogno di confronto vero. Ha bisogno di decisioni leggibili e responsabilità chiare.
Fuori dalla porta chi vuole piegarla a interessi che nulla hanno a che fare con la funzione pubblica dell’università.


