I Lincei dimenticati: la scienza moderna passò anche dal borgo di Cesi

«Tra Acquasparta, Cesi, Terni, Narni, Todi, Sant’Angelo in Massa, la Cascata delle Marmore e Piediluco si disegna una vera geografia lincea».

DI DANILO PIRRO

ACQUASPARTA – Quando si parla dell’Accademia dei Lincei, il pensiero corre quasi inevitabilmente a Roma, a Federico Cesi e, soprattutto, a Galileo Galilei. Più difficile è ricordare i nomi di Anastasio De Filiis, Angelo De Filiis, Francesco Stelluti o Giovanni Ecchio. Ancora meno conosciuti sono i luoghi dell’Umbria meridionale nei quali questa straordinaria comunità di studiosi visse, lavorò, discusse e osservò la natura. Eppure, tra Acquasparta, Cesi, Terni, Narni, Todi, Sant’Angelo in Massa, la Cascata delle Marmore e Piediluco si disegna una vera geografia lincea. Non una successione artificiale di località riunite per esigenze turistiche, ma una rete storica di residenze, abbazie, città, tipografie e paesaggi naturali frequentati dai protagonisti della prima Accademia.

È una storia rimasta a lungo dispersa tra pubblicazioni specialistiche, memorie municipali e testimonianze locali. Una storia nella quale il borgo di Cesi, affacciato sulla conca ternana dalle pendici dei Monti Martani, può tornare a occupare una posizione importante. L’Accademia dei Lincei venne fondata a Roma il 17 agosto 1603 da quattro giovani: Federico Cesi, Francesco Stelluti, Anastasio De Filiis e il medico fiammingo Giovanni Ecchio, conosciuto anche come Johannes van Heeck. Federico Cesi aveva appena diciotto anni, ma possedeva già l’ambizione di costruire una comunità di studiosi diversa dalle tradizionali accademie letterarie del tempo. I Lincei avrebbero dovuto osservare la natura con uno sguardo nuovo, libero dalla ripetizione passiva delle autorità antiche e fondato sull’esperienza, sul confronto e sulla collaborazione. Il nome stesso dell’Accademia esprimeva questo programma. Alla lince veniva attribuita una vista eccezionalmente acuta, capace di penetrare le apparenze. Allo stesso modo, gli studiosi avrebbero dovuto cercare ciò che si nascondeva dietro i fenomeni naturali, guardando più lontano e più profondamente degli altri.

Federico Cesi, tuttavia, non trascorse la propria vita soltanto nei palazzi romani. Le fonti ricordano che soggiornò ripetutamente nell’Umbria centro-meridionale, muovendosi fra Acquasparta, Cesi, Narni e Todi, tanto negli anni della giovinezza quanto in quelli della maturità.

Il riferimento al borgo di Cesi merita attenzione, ma anche prudenza. Non è necessario attribuire al fondatore dell’Accademia ogni edificio o tradizione del paese. Il dato storicamente rilevante è un altro: Cesi apparteneva alla geografia umbra frequentata dal principe e all’orizzonte territoriale di una famiglia profondamente radicata fra Roma e l’Umbria. Posto in posizione dominante sulla conca ternana, il borgo può diventare uno dei luoghi dai quali rileggere il rapporto fra la famiglia Cesi, il paesaggio e la nascita della nuova cultura scientifica. Quel paesaggio non costituiva uno sfondo inerte. Montagne, boschi, corsi d’acqua, fossili e campagne rappresentavano un enorme campo di osservazione, nel quale la natura poteva essere studiata direttamente. Il valore di questa storia emerge ancora più chiaramente quando si abbandona l’immagine dell’Accademia come impresa esclusiva di Federico Cesi e Galileo. I Lincei furono prima di tutto una comunità, e alcuni dei loro protagonisti meno conosciuti conducono direttamente a Terni. Uno dei quattro fondatori, Anastasio De Filiis, era ternano. Fu il primo segretario del sodalizio e si interessò in particolare all’astronomia. La sua presenza colloca Terni nella fase originaria dell’Accademia, non come località marginale raggiunta in un secondo momento, ma come città natale di uno degli uomini che contribuirono alla sua nascita. Accanto ad Anastasio emerge il fratello Angelo De Filiis, anch’egli accolto fra i Lincei e incaricato della biblioteca accademica. Il suo nome è ancora meno conosciuto, ma la funzione era essenziale. Una comunità scientifica aveva bisogno non soltanto di studiosi, ma anche di libri, manoscritti, cataloghi e strumenti capaci di garantire la conservazione e la circolazione delle conoscenze. A Terni soggiornò inoltre Giovanni Ecchio, il medico fiammingo che aveva partecipato alla fondazione del 1603. Figura inquieta, segnata da viaggi e difficoltà personali, Ecchio rappresentava la dimensione internazionale della prima Accademia. La sua vicenda mostra quanto il progetto linceo fosse fragile e quanto dipendesse dalla solidarietà e dalle relazioni fra i suoi membri.

Il legame fra Terni e i Lincei non si limita però alle biografie dei fratelli De Filiis. Nel 1624, nella tipografia ternana di Tommaso Guerrieri, furono stampate le Praescriptiones Lynceae Academiae, il testo destinato a disciplinare la vita dell’istituzione. Non si trattava di un semplice regolamento amministrativo. Le Praescriptiones stabilivano i doveri degli accademici, i rapporti fra i soci, i comportamenti personali e le finalità del lavoro scientifico. Definivano, in sostanza, il modo in cui una comunità di studiosi avrebbe dovuto vivere, collaborare e produrre conoscenza. Il fatto che questo documento sia stato stampato a Terni restituisce alla città un ruolo significativo nella storia dell’Accademia. Terni non fu soltanto la patria di Anastasio e Angelo De Filiis, ma anche il luogo nel quale venne materialmente realizzato uno dei principali testi organizzativi dei Lincei. È una pagina quasi assente dalla memoria pubblica cittadina, benché inserisca Terni in un circuito culturale ed editoriale di respiro europeo.

Il centro più noto della presenza lincea in Umbria rimane Palazzo Cesi ad Acquasparta. Qui Federico trascorse alcuni degli anni più importanti della propria vita, circondato dalla famiglia e dagli amici dell’Accademia. Il palazzo non fu soltanto una residenza aristocratica, ma uno spazio di studio, confronto, raccolta libraria e progettazione scientifica. Nell’aprile del 1624 vi soggiornò Galileo Galilei, legato a Federico Cesi da un rapporto che andava oltre il tradizionale vincolo fra studioso e mecenate. Cesi comprese l’importanza delle ricerche galileiane e contribuì alla circolazione delle sue opere; Galileo, a sua volta, offrì all’Accademia un prestigio straordinario. Ridurre Federico Cesi al semplice protettore di Galileo sarebbe però ingiusto. Il fondatore dei Lincei possedeva un proprio progetto culturale, fondato sull’osservazione diretta della natura, sulla collaborazione fra studiosi e sulla diffusione dei risultati. Acquasparta rappresentava il cuore di questa esperienza, ma da quel palazzo lo sguardo degli accademici si estendeva verso l’intero territorio circostante.

Fra i Lincei dimenticati emerge Francesco Stelluti, matematico e naturalista originario di Fabriano. Nei dintorni di Acquasparta partecipò alle ricerche sui fossili, sui tronchi pietrificati e sui fenomeni sotterranei. Il suo interesse per il cosiddetto legno fossile testimonia il passaggio dalla meraviglia alla ricerca: i reperti naturali non venivano più considerati soltanto curiosità da raccogliere, ma oggetti da osservare, disegnare, confrontare e interpretare.

La Foresta fossile di Dunarobba costituisce oggi il paesaggio più efficace per raccontare questa pagina. Non perché si possa affermare che ogni tronco ancora conservato sia stato direttamente esaminato dai Lincei, ma perché il sito appartiene al territorio nel quale maturarono quelle indagini.[9] A Dunarobba la natura appare come un archivio del tempo, capace di suscitare ancora oggi le stesse domande che quattro secoli fa interrogavano Stelluti e i suoi compagni.

Un altro luogo fondamentale, ormai quasi scomparso dal racconto pubblico, è l’abbazia di Sant’Angelo in Massa, nei pressi di Narni. Federico Cesi vi soggiornò fra la fine del 1606 e l’inizio del 1607, poi nel gennaio 1612 e nuovamente nel dicembre 1617. Nell’abbazia furono accolti anche Francesco Stelluti, Anastasio De Filiis, Teofilo Müller e Giovanni Ecchio.[10]

Sant’Angelo in Massa offriva ai Lincei una condizione rara: il tempo. Lontano dalle pressioni della vita di corte e dagli obblighi familiari, gli studiosi potevano dedicarsi alla lettura, alla conversazione e a quello che le fonti definiscono “ozio speculativo”. Non era inattività, ma il tempo liberato dalle incombenze quotidiane e restituito alla ricerca.

L’abbazia permette così di comprendere la natura più intima della prima Accademia. Prima di diventare una grande istituzione, i Lincei furono una piccola comunità fondata sull’amicizia, sulla disciplina e sulla condivisione del sapere.

La biografia di Federico Cesi comprendeva inoltre un’attività pubblica oggi poco ricordata. A Todi egli ricoprì la carica di priore del Comune e partecipò alla vita politica e culturale cittadina. A Narni esercitò per breve tempo una magistratura locale, ricordata come la sua prima funzione pubblica.[11]

Queste esperienze restituiscono un personaggio più complesso rispetto all’immagine romantica del giovane scienziato isolato. Cesi era un aristocratico inserito nelle strutture dello Stato pontificio, chiamato a occuparsi di governo, amministrazione, interessi familiari e rapporti con le istituzioni ecclesiastiche. Anche il suo progetto scientifico nasceva da questa tensione fra vita pubblica e ricerca, nella convinzione che il sapere dovesse avere una funzione civile.

Il soggiorno umbro del 1624 condusse Galileo anche alla Cascata delle Marmore. La spettacolare caduta delle acque del Velino nel Nera offriva allo scienziato non soltanto una meraviglia paesaggistica, ma anche un fenomeno nel quale osservare il movimento, la velocità e la forza dell’acqua.

Il viaggio proseguì verso Piediluco. Qui, secondo la testimonianza tramandata da Francesco Stelluti, Galileo compì una dimostrazione sopra una barca in movimento. Lanciando verticalmente una chiave, avrebbe mostrato che l’oggetto ricadeva nell’imbarcazione, perché conservava anche il movimento orizzontale della barca.[12]

L’episodio deve essere raccontato senza trasformarlo in leggenda. Non si trattò probabilmente di un esperimento preparato secondo i criteri del laboratorio moderno, ma di una dimostrazione didattica destinata a chiarire la composizione dei movimenti. Il valore simbolico resta comunque straordinario: uno dei princìpi fondamentali della nuova fisica veniva illustrato non in un’aula universitaria, ma sulle acque di un lago dell’Umbria meridionale, alla presenza di un Linceo oggi quasi dimenticato.

Acquasparta conserva il palazzo di Federico Cesi. Terni può rivendicare i fratelli De Filiis e la stampa delle Praescriptiones. Dunarobba richiama le ricerche naturalistiche di Stelluti. Sant’Angelo in Massa racconta la vita comunitaria degli accademici. Todi e Narni documentano l’attività pubblica del principe. Le Marmore e Piediluco riportano al viaggio di Galileo.

Cesi può rappresentare il luogo dal quale ricomporre questa costellazione: un borgo inserito nella geografia storica frequentata dal fondatore dell’Accademia e posto al centro visivo della conca ternana. Manca ancora, tuttavia, un racconto unitario. I diversi luoghi vengono ricordati separatamente, spesso soltanto in occasione di convegni, celebrazioni o anniversari.

Per trasformare questa memoria in un patrimonio vivo servirebbero ricerca archivistica, cartografia storica, segnaletica, percorsi didattici e una collaborazione stabile fra amministrazioni e istituzioni culturali. Un Cammino dei Lincei potrebbe collegare questi luoghi e restituire visibilità non soltanto a Galileo e Federico Cesi, ma anche agli studiosi, ai bibliotecari, ai tipografi e ai naturalisti rimasti ai margini della grande storia.

Perché una parte della scienza moderna non nacque soltanto nelle università o nelle corti più celebri. Passò anche attraverso le abbazie, le tipografie, i borghi e i paesaggi d’acqua dell’Umbria meridionale.

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