«L’ago di acciaio si staglia di notte come il simbolo e l’essenza stessa di Terni: industriale e dinamica». I DISEGNI
DANILO PIRRO
TERNI – La Fontana di piazza Tacito è una delle opere nelle quali la cultura del Novecento riesce a compiere una sintesi oggi non sempre facile da comprendere: tecnica e poesia coincidono. L’acqua, l’acciaio, la struttura, l’illuminazione, il mosaico non sono parti autonome raccolte intorno a una forma monumentale, ma momenti di uno stesso pensiero.
In un’opera di questo genere ogni dettaglio particolare acquista un significato universale, la materia trascende il suo significato per diventare spirito, poesia, allegoria. Nel Novecento l’architettura si arricchisce di nuovi valori, la visione interiore, la dimensione onirica, il rapporto con la 4a dimensione: il tempo, la rappresentazione di un mondo primordiale, riportato alla semplicità delle forme attraverso il linguaggio dell’architettura razionalista.
La relazione degli architetti progettisti del 1933 è, da questo punto di vista, inequivocabile. Ridolfi e Fagiolo dichiarano di voler conferire alla fontana una bellezza generata da un pensiero, da un «contenuto che trionfasse sulla materia». Quel contenuto nasce dalla particolare identità di Terni, città della grande industria che ricava dall’acqua l’energia necessaria al proprio sviluppo. La fontana rappresenta quindi una trasformazione. L’acqua nasce al bordo del grande catino e scorre sulla superficie decorata dai segni dello zodiaco; poi precipita nella vasca più profonda, entrando nella sua «fase potenziale»; infine quella forza viene trasformata in energia.
È esattamente in questo terzo momento che compare l’ago. La relazione afferma che l’acqua precipita «per trasformarsi in energia, rappresentata nella nostra fontana da un altissimo ago metallico rivestito di acciaio inossidabile».
La frase risolve un equivoco interpretativo importante: l’ago non rappresenta un “fucinato” delle Acciaierie e neppure, genericamente, il prodotto siderurgico ternano. Rappresenta l’energia. L’acciaio dà un corpo visibile a qualcosa che per sua natura corpo non possiede. È il materiale del simbolo, non il suo significato.
Non a caso l’opera prende il nome Futurista di “Dinamo”. L’acqua cade, la gravità genera energia potenziale, l’intelligenza e il lavoro dell’uomo la trasformano e quella forza sembra infine liberarsi verso il cielo attraverso l’altissima verticale metallica. L’ago è dunque una moderna saetta. In una possibile lettura prometeica — che è un’interpretazione critica e non una formula letteralmente utilizzata da Ridolfi — rappresenta il nuovo fuoco conquistato dall’uomo: non più la fiamma sottratta agli dèi, ma l’elettricità ottenuta dalla natura attraverso conoscenza, macchina e lavoro.
Dalla relazione artistica dell’opera presentata sulla Rassegna del Comune di Terni (1936) a firma di Fagiolo e Ridolfi, si descrive l’ago di forma conica alto 27,50 mt , di diametro di base 450 mm e di testa di 70 mm, 7 cm con un rapporto di rastremazione che arrivava all’84%. La relazione si conclude con queste parole: L’ago di acciaio si staglia di notte come il simbolo e l’essenza stessa di Terni: industriale e dinamica. Altro dato importante è la luce. Il progetto illuminotecnico del 1933. La S.C.A.E. — Società per il Commercio di Apparecchi Elettrici — descriveva l’asta come un elemento di circa 25 metri, con un diametro medio nell’ordine dei 25 centimetri, illuminato da due proiettori Radior da 1.000 watt posti in posizione contrapposta e orientati dal basso verso la superficie metallica che era costituita da un acciaio inox assolutamente riflettente. Attualmente questa illuminazione verso l’asta non esiste più.
I disegni esecutivi della ditta Fratelli Innocenti della prima versione degli anni Trenta mostrano una struttura portante in tubi Mannesmann fortemente rastremata. Dal basso verso l’alto i diametri diminuiscono secondo questa sequenza: 343, 320, 290, 240, 225, 200, 160, 138, 118 e infine 63 millimetri per un’altezza fuori terra di 29 mt. Questa struttura come in tutte quelle seguenti descritte doveva poi accogliere la camicia di acciaio inox che caratterizza in maniera unica questo monumento.
Quando la fontana venne ricostruita dopo la guerra si usò come base la documentazione progettuale degli anni ‘30, l’esecutivo della struttura del pennone ricalcano descrive una struttura che passa da 343 millimetri di diametro alla base ad appena 83 millimetri in sommità, riducendo il proprio diametro di circa il 76 per cento. E lo fa gradualmente, attraverso dieci sezioni successive. L’ago, quindi, perde progressivamente materia mentre sale per un’altezza di mt. 29 fuori terra.
Nel progetto del 2013 l’altezza fuori terra viene rispettata, la struttura è composta da sette elementi principali fra tubi, giunti e testata. Semplificando il profilo resistente ed escludendo gli allargamenti locali di flange e collari, i diametri procedono dalla base verso l’alto attraverso valori di circa 328, 247, 219, 193, 177,8 e 152 millimetri. In cima compare inoltre una testata di 187 millimetri di diametro.
Nel disegno del 1960 i raccordi fra i diversi tubi sono assorbiti nella continuità della struttura rastremata e non assumono autonomia formale; nell’esecutivo del 2013, invece, i giunti diventano componenti meccanici specifici, numerati, torniti e dimensionalmente ben più complessi.
Alla base quindi, le due strutture del pennone sono abbastanza simili: circa 343 millimetri nel 1960 contro circa 328 nel progetto del 2013.
L’asta del 1960 continua ad assottigliarsi con i seguenti diametri delle diverse parti: 343,320,290.240, 225, 200, 160, 138, 118, fino a soli 83 millimetri in testa. Quello del 2013 mantiene invece una sezione molto più consistente nella parte superiore: 177,8 millimetri nel tronco alto, poi 152 millimetri, con una testa finale di 187 millimetri. In termini numerici, la struttura storica riduce il proprio diametro di circa il 76 %; quella del 2013, considerando il corpo principale da 328 a 152 millimetri, di circa il 54 %. La differenza, quindi, non è che il nuovo ago sia semplicemente «più grosso». È qualcosa di più preciso: è meno rastremato. Nel pennone del 1960 la struttura tende progressivamente a smaterializzarsi verso la punta; in quello del 2013 conserva molta più materia nella parte alta. Ed è proprio questa diversa progressione delle sezioni ad avere conseguenze non soltanto tecniche, ma anche visive: a parità di altezza, cambia la snellezza dell’ago e cambia il modo in cui esso si percepisce contro il cielo e di conseguenza l’idea che rappresentava ovvero il lampo di luce che scaturiva dopo la caduta dell’acqua.
È qui che l’opera “Dinamo” rivela pienamente la organicità alla cultura del Novecento. Natura e macchina, mito e industria, acqua e elettricità convivono nella stessa opera. Una filosofia che potremmo condensare nell’espressione «antico futuro»: la capacità di proiettarsi verso la modernità senza spezzare il rapporto con l’archetipo e con il mito.
Un messaggio tanto forte da sopravvivere alla distruzione bellica e da essere nuovamente affidato, negli anni Sessanta, all’intervento di Corrado Cagli, che reinventando il mosaico torna a mettere in relazione mito, natura, segno e modernità attraverso un linguaggio sospeso e visionario, vicino agli stilemi del “realismo magico”.
Restaurare un’opera di questo genere significa dunque affrontare qualcosa di più complesso della semplice conservazione materiale: significa custodirne lo spirito, e con esso quella filosofia dei “valori primordiali” che costituisce uno dei significati più profondi della fontana di piazza Tacito.
Per questo, nel restauro, la cultura storica non è un complemento ma una condizione necessaria. Tempo fa scrissi della perdita dell’Istituto per la Storia dell’Impresa “Franco Momigliano”, che per anni aveva rappresentato un presidio della memoria industriale ternana. Resta allora una domanda inevitabile: se quella memoria fosse rimasta viva, studiata e accessibile, la ricostruzione dell’opera di Ridolfi e Fagiolo avrebbe forse potuto misurarsi con maggiore consapevolezza con il significato tecnico, simbolico e poetico dell’originale?
È una domanda che riguarda non soltanto il passato della fontana, ma il modo in cui una città decide di riconoscere e trasmettere la propria cultura. Perché senza memoria anche il restauro più accurato rischia di conservare la forma e perdere il senso.
Questa ossatura era rivestita in acciaio inossidabile. Per questo non sarebbe corretto confrontare direttamente i diametri dei tubi del 1960 con quelli della pelle esterna del nuovo pennone. Oggi, però, possiamo fare un confronto più preciso perché disponiamo anche dell’elaborato esecutivo della struttura portante interna del 2013, la tavola 018_TDT_102 del 14 maggio di quell’anno, allora pubblicata sul sito del Comune di Terni. Va precisato che si tratta di dati di progetto: senza una verifica sul costruito non possiamo affermare che ogni misura corrisponda esattamente a ciò che fu poi realizzato.





