Nel giorno della strage di Bologna, Terni riscopra il fondo Sergio Secci

Quel tragico 2 agosto del 1980 morirono 85 persone e oltre 200 rimasero ferite

di DANILO PIRRO

TERNI – Oggi, 2 agosto 2026, ricorre il quarantaseiesimo anniversario della strage alla stazione di Bologna. Alle 10, 25 del 2 agosto 1980 una bomba collocata nella sala d’attesa di seconda classe provocò il crollo di un’ala dell’edificio, investendo anche il treno Ancona-Chiasso fermo sul primo binario. Morirono 85 persone e oltre duecento rimasero ferite. Fu la più grave strage terroristica della storia dell’Italia repubblicana. Tra le vittime vi era anche Sergio Secci, ternano, ventiquattrenne, laureato al Dams di Bologna e appassionato di teatro. Quella mattina era diretto a Bolzano per un impegno di lavoro. Il treno sul quale viaggiava era arrivato in ritardo e Sergio, persa la coincidenza, si era fermato nella sala d’attesa in attesa del convoglio successivo, previsto alle 10, 50.

L’esplosione lo ferì gravemente. Trasportato all’ospedale Maggiore di Bologna, morì alle 10,55 del 7 agosto 1980, dopo cinque giorni di agonia. Da quel momento la vita della famiglia Secci cambiò per sempre. Il padre, Torquato Secci, trasformò il dolore privato in una lunga battaglia pubblica per la verità, la giustizia e la memoria. Fu tra i fondatori e divenne il primo presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980, assumendo un ruolo decisivo nella costruzione di una coscienza civile intorno alla vicenda di Bologna. Torquato Secci, tuttavia, non fu soltanto il padre di una vittima e il protagonista di una delle più importanti battaglie civili dell’Italia repubblicana. Fu anche un uomo di cultura, un lettore appassionato e un attento raccoglitore di libri. La biblioteca da lui costruita, oggi conservata presso la Biblioteca comunale di Terni, permette di attraversare quasi in controluce la sua biografia. Vi si ritrovano la seconda guerra mondiale, l’esperienza militare presso il Comando Marina di Cefalonia, la partecipazione alla Resistenza, lo studio del terrorismo, delle stragi, delle società segrete e dei delitti politici. Accanto a questi temi emerge un altro grande interesse: la navigazione fluviale, il Tevere, il Velino, il Nera, la Cascata delle Marmore e il possibile collegamento per via d’acqua fra Terni e Orte.

Nel 1991 fu redatto a Terni il primo statuto della Fondazione Sergio Secci, istituzione privata dotata di personalità giuridica. Il reddito del suo patrimonio era vincolato allo scopo di premiare gli studenti meritevoli e di promuovere iniziative destinate a favorire la diffusione della cultura. La raccolta libraria si sviluppò nel solco di questa missione, ma divenne progressivamente anche lo specchio della personalità, delle esperienze e delle passioni intellettuali di Torquato Secci. Il fondo donato alla Biblioteca comunale comprende 596 edizioni moderne e antiche, fra le quali diciannove esemplari pubblicati tra il 1553 e il 1823. Non si tratta dunque soltanto di una biblioteca della memoria civile, ma di una raccolta di notevole interesse storico, tecnico, bibliografico e antiquario.

A studiarne organicamente la composizione fu Barbara Gismondi, autrice della tesi di laurea specialistica La donazione «Fondazione Sergio Secci» presso la Biblioteca comunale di Terni: il catalogo, discussa presso l’Università degli Studi della Tuscia l’11 ottobre 2006, nell’anno accademico 2005-2006, con Piero Innocenti come relatore e Giovanni Solimine come correlatore. Da quella ricerca deriva lo studio intitolato Gestione e catalogazione della donazione “Fondazione Sergio Secci” presso la Biblioteca comunale di Terni. Il lavoro di Gismondi mostra con chiarezza che il valore del fondo non risiede soltanto nei singoli libri. Una biblioteca privata è anche una costruzione intellettuale: racconta le letture, le curiosità, gli interessi, le esperienze e talvolta persino le inquietudini della persona che l’ha formata.

Per esigenze di catalogazione, conservazione e consultazione, i volumi della donazione furono distribuiti tra diverse sezioni della Biblioteca comunale. Le edizioni moderne vennero suddivise per formato; gli opuscoli confluirono nelle miscellanee dell’Ottocento e del Novecento; i libri riguardanti le arti furono destinati allo scaffale aperto; i diciannove esemplari anteriori al 1830 vennero invece inseriti nel fondo antico. Si trattò di una soluzione comprensibile dal punto di vista biblioteconomico, ma destinata a rendere meno percepibile l’unità originaria della raccolta. Quando i libri di una biblioteca privata vengono separati e collocati in sezioni differenti, rischia infatti di perdersi il progetto culturale che li teneva insieme. Per questa ragione Gismondi sottolineava la necessità di un catalogo unitario, capace di descrivere il fondo nella forma in cui era arrivato alla Biblioteca comunale. Il catalogo non doveva costituire soltanto la conclusione delle operazioni di acquisizione e inventariazione, ma diventare un documento storico e il punto di partenza per la conservazione e la valorizzazione dell’intera raccolta.

A vent’anni dalla discussione di quella tesi, sarebbe opportuno verificare quanto di quel progetto sia stato effettivamente realizzato e quanto rimanga ancora da fare. Il primo passo dovrebbe essere la creazione di un catalogo digitale unitario del Fondo Secci, attraverso il quale ogni volume, anche se fisicamente conservato in una diversa sezione della Biblioteca, possa essere immediatamente ricondotto alla collezione originaria.

La catalogazione non dovrebbe limitarsi a registrare autore, titolo, luogo e anno di pubblicazione. Dovrebbe comprendere anche i timbri, gli ex libris, le dediche, le annotazioni manoscritte, le legature, i segni di lettura e gli eventuali materiali inseriti nei libri.

In alcuni esemplari Torquato Secci aveva conservato, all’interno delle copertine, ritagli di cataloghi e riviste dai quali aveva probabilmente appreso dell’esistenza delle opere. Sono tracce apparentemente secondarie, ma preziose per comprendere come il collezionista individuasse i libri, li acquistasse e li inserisse nel disegno complessivo della propria biblioteca.

Il fondo potrebbe inoltre diventare il centro di una mostra permanente dedicata a Torquato e Sergio Secci, accompagnata da fotografie, lettere, documenti, testimonianze e materiali audiovisivi. Non dovrebbe essere una semplice esposizione di libri antichi, ma il racconto di una famiglia ternana la cui vicenda si è intrecciata profondamente con la storia della Repubblica. Un primo percorso potrebbe essere dedicato alla strage di Bologna, al terrorismo politico, ai processi e alla lunga battaglia dei familiari delle vittime. Un secondo potrebbe ricostruire l’esperienza di Torquato Secci durante la guerra, la permanenza a Cefalonia e la partecipazione alla Resistenza. Un terzo itinerario potrebbe riguardare la navigazione fluviale, il sistema Nera-Velino, la Cascata delle Marmore e il rapporto fra acqua, energia, industria e territorio.

Proprio il nucleo dei trattati di ingegneria idraulica aveva già suscitato, all’epoca della donazione, l’interesse degli ingegneri ternani. Nel 2006 Carlo Niri gli dedicò un articolo pubblicato su Ingenium, la rivista dell’Ordine degli ingegneri della Provincia di Terni, soffermandosi sui trattati tecnici dal Cinquecento all’età contemporanea e sul progetto della via fluviale Terni-Orte. Questa parte della raccolta potrebbe oggi alimentare una collaborazione fra Biblioteca comunale, Università, Ordine degli ingegneri, Ordine degli architetti, enti di gestione delle acque e associazioni culturali. Potrebbe diventare una fonte per nuovi studi sulla Cascata delle Marmore, sulla trasformazione industriale della Conca ternana e sui progetti, realizzati oppure soltanto immaginati, per la navigazione interna. La valorizzazione dovrebbe recuperare anche l’originaria funzione educativa della Fondazione. Si potrebbero istituire borse di studio, premi per giovani ricercatori, laboratori scolastici sulla storia delle stragi e percorsi di educazione civica. Ogni anno, in prossimità del 2 agosto, la Biblioteca potrebbe presentare un libro, un documento o una ricerca proveniente dal fondo, trasformando la commemorazione da semplice rito in occasione di conoscenza. Rimane infine una questione sulla quale sarebbe necessaria una ricognizione. Al momento dello studio di Barbara Gismondi, una parte della raccolta risultava ancora conservata presso l’abitazione della famiglia Secci. Occorrerebbe verificare quale sia stata la sorte di questa appendice e se esistano ancora libri, fotografie, corrispondenze o carte personali utili a completare il fondo e a ricostruirne l’originaria consistenza.

Una denominazione come “Fondo Torquato e Sergio Secci – Biblioteca della memoria civile” potrebbe restituire pienamente il significato della raccolta, tenendo insieme la figura del collezionista, la memoria del figlio e la funzione pubblica assunta dai libri. Oggi, nel giorno in cui l’Italia ricorda Sergio Secci e le altre ottantaquattro vittime della strage, non basta deporre una corona o pronunciare un nome. Ricordare significa anche prendersi cura delle tracce che quella vicenda e l’impegno dei familiari hanno lasciato. Significa rendere accessibili i documenti, ricostruire i percorsi della memoria e trasmetterli alle nuove generazioni. Il Fondo Secci può diventare una vera biblioteca nella biblioteca: un luogo nel quale la memoria privata di una famiglia ternana torna a essere patrimonio pubblico e nel quale i libri continuano a raccontare la storia, le ferite e le battaglie civili dell’Italia repubblicana.

Incidente chimico in una piscina, scatta l’ordinanza del sindaco

Con la moto contro un capriolo, muore 46enne di Amelia