Un nostalgico della Festa dell’Unità
TERNI – Mi chiedo se chi oggi ha organizzato la festa dell’unità e, a gran voce, inneggia al “successo”, sciorinando numeri risibili, abbia mai vissuto una vera festa dell’unità. La domanda è retorica, la risposta è ovvia: certo che si.
Chi oggi è alla guida del Partito Democratico ternano ha avuto la fortuna di vivere una straordinaria stagione in cui la Festa dell’Unità, a prescindere dalla bandiera politica, era un evento atteso da tutti, grandi e piccini, in città: un momento di riflessione, di condivisione, di crescita ma anche di divertimento. Una festa che non aveva la pretesa di essere inclusiva, perché lo era davvero. E allora, c’è da chiedersi: cosa è accaduto? Perché da festa inclusiva so è trasformato nel solito circolo elitario? Della serie “si fanno la festa e se la godono”.
Forse, chi di dovere, avrebbe dovuto attingere ai propri ricordi d’infanzia e trarne ispirazione.
Si sa, crescendo o invecchiando, la valigia dei ricordi diventa sempre più pesante. A volte aprirla dà sollievo; altre volte, come in questo caso, prende il sopravvento la nostalgia per qualcosa che è stato e non è più.
Ho un ricordo esatto di me bambino, alla festa dell’unità.
C’erano quelle che, da noi a Terni si chiamano “carrozzelle” – a Perugia invece sono i “baracconi”-.
Tra le tante attrazioni che accendevano il mio entusiasmo di bambino ce ne era una che mi doveva essere sembrata più speciale delle altre.
Un gioco quasi “da grande”. Il ricordo è di una ruota che gira, una sorta di “roulette”, e un numero vincente. È lo stesso che tengo in mano. Vinco un premio. Sono felice. E ricordo che mia mamma è più contenta di mio papà.
In questo ricordo che si affaccia alla mia mente vedo una festa viva, chiassosa, irriverente, quasi dispettosa, ma anche fuori dagli schemi. Insomma, una festa popolare. C’erano tutti, ma proprio tutti.
C’erano persino quelli che il PD non lo votavano, perché erano sicuri che passando in quel parco avrebbero trovato ospitalità tra quei tavoli, tra quelle chiacchiere, tra quelle risate e quei giochi.
Perché se si chiama(va) festa dell’unità un motivo c’era: riusciva veramente a tenere insieme tutti quanti.
Quando ho saputo che quest’anno la festa sarebbe tornata alla passeggiata – a casa, come hanno scritto molti- ho subito ricordato il me bambino felice e divertito.
Carrozzelle, baracconi, roulette e premio.
Il me adulto invece non può non che chiedersi: oggi, quelle luci, quella allegria, quella comunità dove sono finiti?
Dovrei essere brutale come molti dei commenti che ho letto sui social, uno ad esempio, recitava così: “la gente dovete portarcela con le carrozzelle (sedia a rotelle)”.
D’altro canto a me fanno simpatia, quasi tenerezza, i cari vecchi compagni che con grande dedizione, quasi spinti da una fede cieca, si adoperano per la realizzazione della festa: così disinteressati agli incarichi o ai posti di rilievo, lo fanno solo perché ci credono. E a questi come fai a non volergli bene, in fondo?
A Perugia e in zone limitrofe, li chiamano Baracconi. Mi sono chiesto come mai; così per fugare il dubbio l’ho chiesto ad una mia conoscenza: ma perché proprio questo nome?
La risposta è stata così spiazzante nella sua banalità che mi sono persino arrabbiato con me stesso per non esserci arrivato da solo. Baraccone sta per qualcosa che non è stabile, che si muove, che è itinerante, ma sta anche ad indicare un’accozzaglia caotica di cose, dove si può trovare di tutto.
E così era e dovrebbe essere la nostra festa: un grande baraccone caotico dove c’è tutto e c’è posto per tutti. Inclusi i giochi e le roulette guidate dal caso. Perché nel gioco vale affidarsi alla dea bendata, nella politica e nella gestione della comunità no.


