Covid, le Regioni chiedono al Governo di non massacrare i ristoranti e di far tacere l’Azzolina. E basta con la repubblica delle autocertificazioni

POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | Quattro punti precisi (uno sui medici di base) per essere ascoltati, partendo da scuole superiori e università a distanza. La assurdità dell’istituzione (vittoriana) della domenica “giorno del signore” laico. Tesei: «Rimborsi subito a baristi e ristoratori»

di Marco Brunacci

PERUGIA – Lotta al Covid, nuovo Dpcm del Governo. Ci sono quattro richieste delle Regioni e sono ufficiali e il Governo potrà certamente far finta di non aver sentito, come finora ha sempre fatto, ma mettendo a rischio di ulteriore erosione il proprio consenso. Ecco le richieste:

  1. Le Regioni (tutte, destra e sinistra, più colpite e meno colpite) chiedono di capire cosa significhi questo ostracismo per i ristoranti che sono sicuramente sicuri più delle officine e producono reddito per i titolari e per le famiglie dei dipendenti. Quindi se le norme sono rispettate, i ristoranti possono essere sottoposti a limiti – dicono le Regioni – ma restare aperti fino alle 24, con multe severe per chi non sta alle regole. E’ stato fatto presente con forza poi che chiudere ristoranti e bar la domenica provocherebbe soltanto un problema enorme per chi deve star fuori per lavoro e che non trova nulla da mangiare. Non solo: si aggiungerebbero code e assembramenti il sabato precedente nei supermercati. L’istituzione poi di questa sorta di domenica come “giorno del signore” laico, sul modello tentato solo in età vittoriana in Inghilterra, è curioso e di scarsissimo impatto antiCovid. Tenendo presente che già in età vittoriana ebbe un misero successo operativo. Figurarsi oggi.
  2. E’ chiaro che aver investito in aiuti per l’acquisto di monopattini (ma a che servono? A chi? Per cosa fare, oltre che per lussarsi le scapole?) invece che in computer provoca una avversione da parte del Governo alla didattica a distanza per le scuole superiori e le Università. Ma le Regioni vanno giù pesanti stavolta e pretendono che la Azzolina la pianti di dire che un mese di lezioni a distanza creerebbe problemi alla scuola italiana, la peggiore d’Europa. Quindi le Regioni chiedono il 100 per 100 (e non il 75%) di didattica a distanza dal 26 ottobre al 24 novembre punto e stop.
  3. I medici di famiglia devono – dicono ancora le Regioni – rappresentare un filtro, un imbuto per evitare che agli ospedali arrivi di tutto e di più. Non solo la possibilità di fare tamponi come si sta ormai decidendo, ma anche quella di prendere iniziative e fare controlli.
  4. Il passaggio tra Regioni o addirittura tra Comuni può essere, come da Dpcm, fortemente sconsigliato ma certo non vietato a suon di multe, sostengono infine le Regioni. Perché il ritorno al regime dell’autocertificazione comporta procedure che sono semplicemente inutili in questa fase. Il povero virologo del buon senso, Palù, ha spiegato e rispiegato che il lockdown porta a benefici limitati contro il Covid (l’Argentina che ha messo in campo il più lungo e restrittivo lockdown è il Paese del mondo attualmente più contagiato). Servono piuttosto azioni mirate per colpire focolai. E basta confondere i positivi con i malati di Covid.

Nel gran bazar che è ormai la riunione tra Governo e presidenti di Regioni, qualcosa di chiaro, comunque, adesso c’è: il premier Conte arriva sempre col Dpcm scritto e deciso ma è evidente che la meta è vaga e nascosta nella nebbia e le misure anti diffusione del Covid sono sempre più opinabili, contradditorie o semplicemente insignificanti. Le Regioni cercano di portare numeri e problemi concreti e chiedono soluzioni specifiche. L’irruzione del buon senso, insieme alla fine di questo panico dannoso, costruito da narrazioni del virus demenziali, sarebbero la vera svolta. Quindi, in definitiva, non solo le Regioni accettano ma sostengono i giri di vite sulla movida (chiusure di piazze e vie) ma, dall’altra parte, non vedono la necessità di chiusure dei ristoranti come provvedimento esemplare. Accettano il giusto stop dei campionati minori degli sport da contatto (il calcio su tutti) come anche la chiusura delle palestre e delle piscine, anche se qui ci sono molti distinguo. Sì e amen invece allo stop alle sale giochi, scommesse e bingo.

La vera questione di fondo però, non sfuggirà a nessuno, è la crisi della base finora condivisa dei Dpcm: da marzo in qua era passato l’aureo (?) principio “Quel che conta è la salute”, sulla base del quale si rinunciava a libertà individuali e si subivano perfino vessazioni. Oggi è evidente invece che ci si trova nel mezzo delle richieste delle varie tribù sociali per ognuna delle quali vale il principio “Quel che conta è la (mia) salute”, che va sempre più spesso in conflitto con la “salute” di quelli dell’altra tribù. Le conseguenze di questo nuovo clima possono essere esplosive.

Ps. La presidente Tesei, come sua richiesta personale, ha voluto l’impegno del Governo a mettere in atto gli aiuti per chi viene penalizzato dalle misure del Dpcm (dai baristi ai ristoratori ai titolari di palestre) non, come fatto finora, genericamente nel tempo ma contestualmente alla chiusura dell’attività. Le hanno detto di sì. Succederà? Mah.

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