La bomba di Alunni (Confindustria) su Camera di commercio dell’Umbria: «Il presidente? Mencaroni è un amico e di valore, ma non può essere lui»

POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | «Forse c’è già un’intesa, ma sarebbe un errore, quando finisce un ciclo, bisogna cambiare e innovare», dice. E punge la Regione che pure vuole le imprese come interlocutore di riferimento per il rilancio del pil: «Prima ascoltatele»

di Marco Brunacci

PERUGIA – «Le due Camere di commercio diventeranno una soltanto da qui a poco. Una riforma importante che deve essere una svolta. È necessario cambiare, innovare. Deve essere un segnale chiaro. Non faccio questione di nomi, dico che la strada deve essere segnata perché sarebbe assurdo che la Camera di commercio dell’Umbria fosse sola una Camera di commercio più grande rispetto alle precedenti».

Ma come? Crede che bisogna fare punto e a capo proprio ora, quando siamo alla vigilia delle agognate nozze (forse gennaio), e sembrava già tutto deciso, a partire dal nome del presidente, che dovrebbe essere poi lo storico presidente di Camera di commercio di Perugia, Giorgio Mencaroni?
«Giorgio è un amico e persona di valore e io non faccio assolutamente questioni di nome. Forse c’è già l’intesa su di lui, ma penso che sia un errore. Non per le qualità (grandi) dell’uomo e dell’imprenditore, ma proprio perché quando finisce un ciclo finisce, e non è giusto continuare».
E chi dovrebbe essere allora il nuovo presidente? Magari l’attuale leader di Terni?
«Non io sicuramente – sorride – ma non è poi un problema di nomi. E tanto meno di campanili. Mi preme però sottolineare che l’industria è una componente fondamentale della Camera di commercio. E qui mi fermo. Aggiungendo che si tratta di iniziare un ciclo nuovo. L’occasione è data dalla nascita della Camera unica dell’Umbria e le occasioni quando si presentano in questo modo non possono essere perse. Andrebbe a scapito di tutta la comunità regionale, degli imprenditori, del tessuto produttivo regionale».

Sono queste le parole, mai così esplicite, di Antonio Alunni, presidente di Confindustria umbra, che ha appena iniziato il suo ultimo anno alla guida dell’associazione imprenditoriale, dette nel corso di una intervista a Tefchannel, e quindi ribadite successivamente senza mezzi termini. Una piccola bomba lanciata nel deposito delle munizione? Beh, somiglia a qualcosa del genere, almeno a vedere così da fuori.
Di sicuro parole che sono destinate a riaprire giochi che sembravano chiusi, con possibili sorprese, davvero non preventivate fino a qualche giorno fa.
Alunni è, per semplificare, esponente dell’ala dei “nuovisti” di Confindustria, che ragionevolmente lascerà il passo alle prossime elezioni (l’iter inizia a primavera con la nomina dei saggi che devono sondare e poi indicare le disponibilità alla candidatura) agli “storici”, i quali potrebbero schierare un loro Alunni, magari preso dalla famiglia Margaritelli (Listone Giordano), oppure andare su Gianmarco Urbani, o trovare una soluzione in qualche elemento (donna?) giovane di talento da lanciare nell’orbita confindustriale.
Una nota a margine va fatta: il nuovista Alunni per una volta appare in linea con i più influenti dei vertici degli “storici”, i quali non hanno storicamente un rapporto idilliaco con Mencaroni.
Un’altra sottolineatura: nel corso dell’intervista a Tefchannel, con la conferma poi successiva, Alunni, chiamato in causa dalla Regione come interlocutore fondamentale, in quanto rappresentante delle imprese umbre, alle quali la giunta Tesei intende affidare il compito cardine del rilancio del pil dell’Umbria, chiede alla Regione stessa che «le imprese siano ascoltate». Segno – si cerca di interpretare – che finora non lo sono state nei loro reali bisogni, neanche – par di capire – dall’attuale maggioranza in Regione. Alunni ha imputato al Governo nazionale «troppi interventi a pioggia, che si possono capire, visto il momento, ma che sono il contrario di quello di cui c’è bisogno se si pensa al futuro dell’economia».
Alla domanda se imputa il medesimo errore anche al governo regionale, ecco un silenzio che può essere considerato eloquente. Come dire: lo strategico dialogo tra Regione e imprese, alla luce del nuovo Documento di economia e finanza regionale (Defr), con 200 milioni di dote subito e altri negli anni, occhio e croce, parte in salita.

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