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Grifo in apnea, tra salti di qualità che non arrivano e… un pizzico di “tristezza”

GRIFOLANDIA di FRANCESCO BIRCOLOTTI | Nonostante un girone d’andata da record, due gol nel finale in altrettante gare frenano la squadra e alimentano le inquietudini dei tifosi

di Francesco Bircolotti

PERUGIA – Qualità, Mentalità, Umiltà, Serenità, Semplicità, Duttilità, Incisività, Capacità, Volontà, Proattività, Complicità. Se le contate, sono 11 parole che finiscono tutte con la stessa sillaba accentata.

Un gioco dialettico che va a declinare una sorta di formazione di calcio (volutamente abbiamo messo la prima lettera in maiuscolo come fossero dei cognomi) che, con i suddetti elementi che riteniamo imprescindibili in una realtà di calcio, andrebbe imparata a memoria al pari di “Malizia, Nappi, Ceccarini, Frosio…”. Non dai tifosi, però. Semmai dal “complesso” Perugia (quel complesso può valere anche come aggettivo…) che comprende squadra, allenatore e società. Un complesso che, tanto per completare le rime, rischia adesso di essere risucchiato nella mediocrità. Perché dopo la sconfitta subita col Pordenone al minuto 90, il cui gol almeno a livello temporale sembra essere il gemello di quello subito a Monza al 90+6 per dirla in stile “sovrimpressioni televisive”, in casa biancorossa – complice la sosta di campionato – è tempo di rendersi conto che proprio quei concetti espressi dalla nostra formazione fantasiosa cominciano a vacillare e in alcuni casi sembrano non esserci. Concetti abbinabili ora a chi va in campo; ora a chi decide di schierare i prescelti; altri ancora – ma probabilmente si farebbe prima a utilizzare la sommatoria – a chi deve guidare il carrozzone e a chi gli sta accanto nei rispettivi ruoli. Lo spettro che va dalle periodiche difficoltà all’atavica confusione è ampio e comprende tutte le contraddizioni di un Perugia che se da una parte ha entusiasmato per gioco, punti-record e maglia sempre sudata con un mister Alvini bravissimo a miscelare ciò di cui dispone, dall’altra ora dovrà affrontare un girone di ritorno paradossalmente molto più difficile di quello d’andata, proprio quando l’obiettivo primario sbandierato (che noi preferiamo definire “minimo”) era ed è sensibilmente a vista.
Già sembra di sentire in lontananza le seguenti frasi: «Beh, ma un ko interno, benché brutto e doloroso e con la penultima in classifica, non può cancellare gli attuali (e in effetti bellissimi, n.d.r.) 28 punti»; oppure: «In fondo può capitare a tutti di sbagliare una partita dopo una cavalcata che prima d’ora aveva avuto l’unica vera battuta d’arresto solo a Como»; e infine: «Manca una settimana alla chiusura del calciomercato (com’erano belli i tempi quando si definiva “di riparazione”, n.d.r.) e quindi ci sarà modo di colmare tutte le lacune per rendere la squadra ancor più competitiva». Tutto giusto, ci mancherebbe. Tutto potrà risolversi o per lo meno migliorare.

Ma anche qualche innesto roboante (tutto da concretizzare), un’auspicata ripresa del miglior cammino o il raggiungimento degli obiettivi danno la sensazione di non poter cancellare quella “tristezza” di base che ormai da troppo tempo aleggia dalle parti del “Curi”, tanto da rendere anche ogni vittoria una felicità “a denti stretti”.
Perché tristezza (e qui veniamo a un discorso che esula dai semplici risultati)? Il motivo, senza passare da gufi, sta proprio nella mancanza – più si guarda indietro e più si va avanti – di quegli undici sostantivi femminili scanditi all’inizio che, pur essendo tutti positivi, evidenziano il complesso dei limiti con cui il vecchio Grifo deve fare i conti, spesso paventati ma ora messi definitivamente a nudo da due maledetti gol “a fil di sirena”. Divertitevi da soli ad associare gli attori alle “caratteristiche”: le combinazioni saranno infinite. Dall’ossatura dell’organico alle tempistiche di mercato; dalle problematiche tattiche agli errori tecnici; dai tentennamenti dei singoli alle disponibilità ristrette di uomini; dalla gestione psicologica a qualche incaponimento di troppo su schemi e strategie in campo; dalla congelata empatia nel legame tra club e città al tergiversare sulla questione stadio; dall’esigenza di far quadrare i conti alle tante cose che fanno imbestialire un tifoso anche quando in fondo non tutto va male ma ci vorrebbe poco per far andare quel tutto meglio.
Se Bruno Pizzul era solito dire nelle sue telecronache «tutto molto bello» dopo un’azione degna di nota, a Perugia la frase che dai bar ai social, dallo stadio ai posti di lavoro sembra maggiormente risuonare, a meno che non ci si limiti ad accontentarsi, è «tutto molto triste». Perché come la si metta e a prescindere dai risultati, l’entusiasmo non c’è; gli spalti sono vuoti (il peggior errore sarebbe però dare la colpa ai tifosi) complice il calcio spezzatino e la sirena ammaliatrice di nome tv; ogni volta manca un nulla per fare il passo in più; le prospettive sono sempre e comunque la sopravvivenza; tutto sembra appiattito; ben più di tutto è maledettamente complicato tra burocrazia e controlli; la distanza tra protagonisti e città è sempre più netta, destinazione indifferenza. Poi che c’entra, la fede è fede e non verrà mai meno e magari bastano tre vittorie di fila per riportare il sereno. Ma serve un cambio di passo. Tanto sul rettangolo verde (purché si individuino e forniscano i giusti mezzi), quanto a livello di strategie per il futuro. Perché dare sempre tutto per scontato o per già conquistato, al pari dell’accontentarsi al grido “di più non si può”, può diventare molto pericoloso. La storia insegna.

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