di Marco Brunacci
PERUGIA – Cosenza, Ascoli, Viterbo formano, nell’ordine, il podio del carovita in Italia. Ma al quarto posto a pari merito, con incrementi del 13.8%, c’è Terni insieme a Imperia e Padova.
La classifica, stilata dal Corriere della Sera, prende in esame soltanto cibo e bevande, che sono però quello che incide direttamente e subito sulle tasche dei cittadini. Le famiglie sono immediatamente investite dei rincari del carrello della spesa e dintorni.
Altri indicatori inflazionistici possono perfino lasciar intendere vitalità economica (per esemoi, in alcune situazioni, il valore degli immobili e il costo degli affitti).
Nel balzo in alto di cibi e bevande non c’è invece proprio niente di positivo.
Per altro poi sia il record di Cosenza come anche quello di Viterbo va a innestarsi in un costo-base della vista basso rispetto alla media italiana.
Terni invece nella media c’era già e sale dei gradini pericolosi.
Non sfugge che l’elevato tributo in imposte comunali, chiesto ai commercianti e dovuto allo stato di dissesto del Comune, incide.
Ma anche i cittadini comuni sono gravati dal massimo della contribuzione sempre per lo stato di dissesto.
E questo mentre è in corso, a Terni, in Umbria, come in tutta Italia, la tempesta del caro bolletta, che da sola è sufficiente a non far giungere a fine mese le famiglie.
E’ chiaro che una riflessione, giunti a questo punto, va fatta.
Non ci sono in giro bacchette magiche, ma anche l’amministrazione comunale deve, per lo meno, porsi il problema, promuovendo un confronto con la città.
Terni si presenta ancora come una delle città che può avere più occasioni di sviluppo, ammesso che il progetto acciaio, secondo il verbo degli Arvedi, decolli e non venga ridimensionato in maniera sostanziale.
Ma la strada è stretta, sbagliare scelte in questa fase può essere fatale e ributtare indietro la città.


