Teatro pieno per Alessio Zucchini: «Aspettai Arafat 12 ore per un’intervista»

Uno dei volti più noti del Tg1 è tornato nella sua città natale per presentare il suo libro “Una famiglia”

AL.MIN.

UMBERTIDE (Perugia) – Solo posti in piedi al teatro dei Riuniti per Alessio Zucchini. Il giornalista e conduttore di punta dell’edizione delle 20 del Tg1 ha fatto ritorno nella sua città natale il 21 aprile per presentare il suo ultimo romanzo “Una famiglia”. Un legame forte quello di Zucchini con Umbertide, che viene sempre ricordata dal giornalista con affetto ed emozione ogni volta che gli viene domandato delle sue origini.

“Una famiglia” sta già riscontrando un notevole successo, sia di pubblico che di critica. Il libro racconta la storia di Paola La Paglia. La famiglia della donna non è come tutte le altre. Suo padre Domenico è un boss della ‘ndrangheta e rappresenta tutto quello a cui lei si è ribellata. Da Pietranera  (un piccolo paese della Calabria arrampicato su una montagna a picco sul mare), Paola scappa a Milano, dove fa carriera nel mondo della moda e luogo in cui ha iniziato una nuova vita. Ma ciò da cui ha cercato di prendere le distanze ha tentacoli lunghi. La protagonista cerca di scoprire se c’è solo la guerra tra clan dietro la morte di suo fratello. La trama ci fornisce un romanzo crudo e disincantato, con il passo narrativo del thriller e la capacità di raccontare gli angoli più bui dell’animo umano e di una terra, la Calabria, violenta e ancestrale.

Attentissimo il numeroso pubblico presente in sala accorso per ascoltare sia i contenuti dell’ultima opera in ordine temporale di Zucchini e per conoscere qualche interessante aneddoto della sua brillante carriera nella redazione del telegiornale della rete ammiraglia Rai.

Nel corso dell’evento, è stato il vicepresidente di Frog (associazione organizzatrice dell’evento) Achille Junior Roselletti a dialogare con l’autore mentre Mariano Tirimagni dell’Accademia dei Riuniti ha letto alcuni brani del romanzo, al centro del quale sono posizionate le donne dei clan di ndrangheta e le loro vite.

La realtà delle cosche in Calabria è stata attentamente seguita da Zucchini nel corso dei suoi anni da inviato speciale del Tg1. Un lavoro attento e di approfondimento che gli ha permesso di entrare nel dettaglio delle usanze, dei riti e delle particolarità della malavita calabrese: «C’è un fortissimo legame familiare tra i membri dei clan. Per questo è quasi assente la presenza di pentiti».

Da cronista ha anche assistito a un blitz all’interno di un covo ‘ndranghetista nel piccolo centro di Platì, documentando il lavoro dei “Cacciatori di Calabria” dell’Arma dei carabinieri. Così, quindi, è sorta l’idea di scrivere “Una famiglia”: «L’idea – ha detto Zucchini – parte da un mio caro amico e da lì nascono una serie di suggestioni  e ispirazioni che ho vissuto sul campo».

Il mondo femminile è un elemento particolare nel mondo delle cosche calabresi: «Le donne – ha spiegato il giornalista – sono un elemento centrale nelle famiglie di ndrangheta. Vengono sottomesse, sono vittime di violenza, vengono uccise quando si ribellano e diventano il vero punto della famiglia quando gli uomini vengono arrestati o sono latitanti». Una condizione dalla quale è pressoché impossibile uscirne. Proprio per questo l’autore ha ricordato la storia di Lea Garofalo, giovane donna calabrese e testimone di giustizia, uccisa dalla ‘ndrangheta a Monza nel 2009.

Una trama avvincente quella del romanzo di Zucchini, che potrebbe a breve anche avere una trasposizione cinematografica o televisiva.

Successivamente, Zucchini ha raccontato anche i suoi esordi lavorativi agli inizi degli anni 2000, prima in una radio a Roma e poi in forza all’agenzia APBiscom diretta da Lucia Annunziata, dove si è occupato soprattutto di esteri: «Non seguivo situazioni critiche – ha detto – ma ero corrispondente diplomatico e seguivo il ministro degli esteri di allora nelle sue missioni. Nel 2003 vengo assunto dalla redazione esteri del Tg1 e poi quella del mattino, per arrivare a “Tv7” e “Speciale Tg1”. In tutti questi anni ho fatto l’inviato, andando in giro a raccontare quello che succedeva. Nel 2010 ho cominciato la conduzione del telegiornale andando per gradi, iniziando prima con l’edizione della notte,  quindi la mezza sera, quella delle 17 e “Uno mattina estate”, per arrivare all’edizione delle 13.30 che ho condotto per sette anni e infine da tre anni a questa parte sono arrivato all’edizione delle 20. Da circa quattro anni ho smesso di fare l’inviato e sto di più al desk, sostenendo e aiutando i colleghi mettendo in sostanza in pagina il giornale».

Il giornalista ha quindi spiegato la sua vita da inviato:  «Dopo anni e anni, sei abbastanza strutturato e hai una certa cognizione di causa. Quando seguivo il terremoto de L’Aquila, nel 2009, ero ancora piccolino e avevo cominciato ad andare in giro non da moltissimo tempo. Ci sono state situazioni anche emotivamente coinvolgenti, che magari sono apparse anche nei servizi. Ricordo che un giorno accompagnavamo una ragazza a raccogliere i suoi effetti personali nella casa terremotata, insieme ai vigili del fuoco. Aveva solo tre minuti a disposizione per prendere tutta la sua vita. Io mi sono messo ad aiutarla. Questa situazione uscì nel servizio e venni molto criticato, perché c’è l’idea che il giornalista deve essere neutro. E’ vero fino a un certo punto, secondo me. Se tu sei coinvolto riesci a raccontare in maniera più viva e vera quello che stai vedendo e riesci a dare al telespettatore quello che sta accadendo».

Tutto, secondo il volto del Tg1, deve essere legato alle situazioni: «Se vado in casa di una ‘ndranghetista non posso stare con lei a fare salotto a prendere il caffè. Ricordo anche quando dopo gli attenti di Parigi in piazza della Repubblica ci fu un falso allarme. Ci fu un fuggi-fuggi folle da parte della gente. Avevamo la telecamera accesa. Anche quell’episodio uscì nel servizio ed è stato raccontato ciò che avevamo vissuto in tempo reale in quel momento. Non sempre il giornalista può essere distaccato».

Emozioni forti Zucchini le ha vissute lavorando nelle zone del terremoto in Centro Italia nel 2016 e anche in altre situazioni delicate: «Il sisma lo conosciamo bene e qui lo abbiamo vissuto anche poco tempo fa. Sappiamo quello che significa quando c’è una scossa, quando non puoi stare tranquillo nemmeno quando fai lo doccia perché hai paura. Nel 2016 ero quasi a casa. Non ero in imbarazzo ma in difficoltà perché molto più dentro alla storia e mi veniva spontaneo pensare alla mia famiglia. Sono situazioni che ho vissuto anche quando ho incontrato o intervistato persone che magari hanno avuto difficoltà o problemi come la perdita di un figlio».

Un episodio particolare della carriera del giornalista è stato quello relativo a un’intervista al leader palestinese Yasser Arafat: «Ho aspettato più di 12 ore davanti a un hotel per incontrarlo. Lucia Annunziata voleva a tutti i costi quell’intervista. Alle 3 del mattino finalmente Arafat arrivò e fortunatamente ero l’unico giornalista ad attenderlo».

C’è una preparazione importante per fare il telegiornale delle 20. La mattina si leggono tutti i giornali e c’è una prima riunione alle 9 in cui si imbastiscono tutte le edizioni, principalmente quella delle 13.30. Nel primo pomeriggio c’è una nuova riunione per preparare il tg dell’ora di cena. Una volta arrivati in redazione c’è l’incontro col direttore e i vicedirettori durante il quale ci si confronta su una bozza di scaletta. Verso le 16 c’è la riunione definitiva e a quel punto si inizia a costruire il giornale vero e proprio. Verso le 19.15 si scende in studio, alle 19.30 ci sono le anticipazioni e alle 19.56 si va in onda. Alle 19.50 arriva sempre la telefonata di mia madre. Adesso però ha smesso di farla perché una volta l’ho detto in televisione e si è offesa. Quando finisce il tg come minimo hai perso un chilo. Il telegiornale delle 20 rispetto a quello delle 13.30, al netto delle emergenze, è molto più tranquillo, perché la giornata è definita e salvo grandi stravolgimenti tutto resta invariato».

Infine, da Zucchini è arrivato anche un invito ai giovani che vogliono abbracciare la professione di giornalista: «Non credete a coloro che vi dicono che questo è un mestiere morto. Lo avevano anche detto a me. In tanti cercano di scoraggiare i giovani a intraprendere questa strada. Se uno vuole fare il giornalista deve farlo. Lo spazio c’è e ce ne è sempre di più con i nuovi mezzi di informazione. C’è bisogno di giornalisti».

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