TERNI – «Stanotte è morto il mio papà. Era il giornalista che voi tutti conoscete ed era proprio il mio papà». E’ stato Alessio, uno dei figli di Walter Patalocco, a darne notizia. Poche parole, semplici, che «quel giornalista che voi tutti conoscete» attento a consegnare i fatti di cronaca nella maniera più chiara possibile, ha insegnato anche a lui.
Una scuola, la sua, che ha formato tanti professionisti di oggi, fuori e dentro la redazione de Il Messaggero in un’epoca in cui le notizie le dovevi andare a cercare sul campo, meglio se insieme al fotografo, e le fonti erano un patrimonio inestimabile. E in cui oltre a rincorrerle dovevi trasferirle a Roma, alla tipografia. Una corsa contro il tempo per spedire “fuori sacco” le foto già stampate e i primi pezzi dei collaboratori. Poi c’era da rispettare l’orario della “seconda edizione” entro cui dovevano essere inviati – via fax – anche i menabò rigorosamente imbrattati di bianchetto. Già, il bianchetto. Patalocco se lo portava da casa a litri, quando era caposervizio de Il Messaggero. Due bottigline al giorno non gli bastavano per correggere gli articoli dei suoi collaboratori – sempre con questi di fronte, perché dovevano imparare – e uno per le modifiche del menabò, che negli anni Ottanta e Novanta andava disegnato su di un foglio di carta millimetrata. Altri tempi. Con i tipografi che se non capivano le indicazioni chiamavano le redazioni e i dimafonisti a supportare i corrispondenti dai centri (Amelia, Narni, Orvieto). Eppure c’era il tempo per formare i giovani, per portarli in tribunale a seguire la giudiziaria, in consiglio comunale, al bar. Le sigarette sempre accese, spesso lasciate in bocca senza avere il tempo di respirarle, o addirittura sul posacenere. E la redazione sempre piena, specie nel periodo della Tangentopoli ternana, quando i politici si presero l’abitudine di comparire prima dei giornalisti: «Eccoci, non siamo stati arrestati». Sempre dalle colonne del quotidiano di Roma Patalocco ha raccontato la caduta della roccaforte rossa, l’era Ciaurro, l’Umbria. Lo ricorda anche l’Ordine dei giornalisti dell’Umbria nel giorno della sua scomparsa, il 5 novembre a 72 anni: «Con Walter Patalocco se ne va un testimone della storia della nostra regione. Il suo nome di giornalista, attento e puntuale, è legato a filo doppio a quello de Il Messaggero dove è stato per tanti anni responsabile della redazione di Terni. Walter non solo ha scritto, descritto e raccontato ma ha anche cresciuto alla professione tanti colleghi a cui spiegava come muoversi nel nostro mondo con la schiettezza che lo ha sempre contraddistinto.
È stato consigliere del nostro Ordine e, fino all’ultimo, ha presieduto il Consiglio territoriale di disciplina, che ha guidato con grande competenza e rigore. L’Ordine dei Giornalisti dell’Umbria si stringe alla moglie e ai figli di Walter Patalocco in un forte abbraccio». Tanti i messaggi di cordoglio. Francesco Filipponi, capogruppo del Pd in consiglio comunale: «Walter è stato impegnato per oltre mezzo secolo nel giornalismo, la sua passione diventata anche la sua professione. Abbiamo avuto l’onore ed il piacere di conoscerlo nella sua attività di giornalista, nella quale ha raccontato sempre i fatti con grande ed onesta oggettività. Personalmente ho condiviso con Walter anche un pezzo di cammino nel Pd, forza politica nella quale Walter aveva riposto molta fiducia. Un grande abbraccio alla moglie Laura e ai figli Alessio e Leonardo».


