Paola Fioroni (Lega): «Famiglia, nessuno cambia la legge regionale, ma c’è chi prova smontarla»

L’ex vicepresidente del consiglio regionale: «È uno dei temi chiave dei nostri giorni, servono interventi coordinati, come li abbiamo previsti»

di Paola Fioroni, ex vicepresidente del consiglio regionale (Lega)

PERUGIA – La legge regionale sulla famiglia in Umbria è ancora in vigore. E lo è per una ragione molto semplice: nessuno ha avuto il coraggio di portarla in Aula per modificarla o abrogarla.
Eppure, mentre la legge resta formalmente intatta, si sta assistendo a un processo più silenzioso: alcune delle misure previste vengono progressivamente ridimensionate o rinviate attraverso atti amministrativi e delibere, nelle quali si legge che certe politiche saranno dismesse o superate nei prossimi anni.
È una dinamica che merita una domanda chiara: a beneficio di chi o di che cosa?

La Legge regionale dell’Umbria n. 16 del 25 settembre 2024, che ho avuto l’onore di promuovere nella scorsa legislatura come prima firmataria, non nasce per introdurre un bonus o una misura isolata. Nasce per costruire un quadro organico di politiche familiari, integrando strumenti e fonti di finanziamento diversi.
In altre parole, è una legge che prova a disegnare un ecosistema di politiche pubbliche per la famiglia. Ed è proprio per questo che non può essere smontata a pezzi, lasciando sopravvivere solo alcune parti e mettendone altre progressivamente da parte.
Il tema, del resto, è troppo serio per essere affrontato con interventi parziali.

Oggi circa tre persone in età lavorativa sostengono un anziano. Se le tendenze demografiche continueranno lungo questa traiettoria, tra venticinque anni saranno poco più di una e mezza.
Non è soltanto un dato statistico. È un cambiamento che incide sulla sostenibilità del welfare, sulla tenuta delle pensioni, sull’organizzazione dei servizi sanitari, della scuola, delle città e persino sull’economia dei territori.
Per questo la natalità non può essere considerata una questione privata delle famiglie. È una questione pubblica, che riguarda l’equilibrio sociale ed economico del Paese.

Il premio Nobel per l’economia Gary Becker lo spiegava con una formula molto semplice:
“La famiglia è la principale istituzione che produce capitale umano.”
Dentro la famiglia nascono competenze, relazioni, senso di responsabilità, capacità di cooperazione. È lì che si formano i cittadini e i lavoratori di domani.
La famiglia, quindi, non è soltanto un soggetto sociale da tutelare: è un fattore di sviluppo. Dove le famiglie sono sostenute cresce il capitale umano, cresce la coesione sociale e cresce anche l’economia.
È su questa idea che si fonda la legge regionale approvata nel 2024.
Non ci sono solo contributi economici previsti, ma potenziamento dei servizi,

Tra gli strumenti previsti c’è il Fattore Famiglia dell’Umbria, che permette di modulare politiche e servizi sulla base della reale composizione e dei reali carichi dei nuclei familiari. Uno strumento di equità. Non si tratta di un’idea astratta: strumenti analoghi sono già applicati in diverse regioni e in numerosi comuni italiani.
Accanto a questo la legge prevede il rafforzamento dei Centri per la Famiglia, luoghi di orientamento e accompagnamento educativo già previsti e finanziati a livello nazionale, i Distretti Famiglia, pensati per creare alleanze territoriali tra istituzioni, imprese e terzo settore, il Piano triennale regionale per la famiglia e la Valutazione di impatto familiare, che consente di verificare come ogni scelta pubblica incida concretamente sulla vita delle famiglie.
La legge immagina inoltre la possibilità di sviluppare dipartimento o luogo di coordinamento per le politiche familiari, capace di favorire co-programmazione e co-progettazione tra istituzioni e comunità.

Il presupposto di fondo è semplice: la famiglia è la prima infrastruttura sociale di una comunità.
Se una società non rende possibile avere figli senza trasformare la maternità e la paternità in un rischio economico o lavorativo, nessuna politica demografica potrà funzionare.
Per questo la natalità non si sostiene con una singola misura.
Non bastano i nidi, pur fondamentali.
Serve pensare all’intero percorso: al momento della nascita di un figlio, al sostegno economico, ai servizi educativi, alla conciliazione tra vita e lavoro, ai tempi della città, alle reti di comunità.
In una parola: serve un contesto favorevole alle famiglie.

Ed è proprio qui che entrano in gioco i territori.
La legge regionale affida ai Comuni un ruolo decisivo, perché è nei territori che le famiglie affrontano ogni giorno le sfide concrete: i costi dei servizi educativi, la conciliazione tra lavoro e cura, l’accesso alla casa, l’organizzazione dei tempi di vita.
Perugia, da questo punto di vista, ha già maturato esperienze importanti nelle scorse amministrazioni. È stata tra i primi territori ad aderire al Network dei Comuni amici della famiglia e dispone di strumenti come la Consulta comunale della famiglia, che hanno rappresentato un punto di riferimento per molte realtà del territorio.
Eppure sia la Consulta che il Centro per la famiglia sono fermi.
Perché ciò che c’è di buono, se non conforme alle proprie ideologie va rivoluzionato per forza alla faccia della continuità che con la sostenibilità deve invece accompagnare ogni programmazione

Invece la vera sfida oggi è trasformare queste esperienze in politiche strutturali e continuative.
E in un tempo in cui la denatalità rischia di indebolire il nostro tessuto sociale, investire sulla famiglia non è una scelta ideologica.
È una scelta di responsabilità e di visione sul futuro.

La Ternana non paga 200mila euro per la sicurezza e il Liberati è a rischio

Ecco la quarta edizione del Forum delle acque