Le dieci piaghe dell’Umbria e le difficoltà della Giunta Proietti

Dopo circa due anni dall’insediamento della Giunta guidata da Stefania Proietti, i nodi sono ancora tutti lì, e su molti ha scelto la strada più lunga, più costosa o più ideologica

di Paolo Coletti

PERUGIA – Nella metafora biblica dell’Esodo, le dieci piaghe si abbatterono sull’Egitto come un monito contro l’ostinazione del Faraone, lasciando dietro di sé una terra inaridita e priva di prospettiva. Per l’Umbria, mutatis mutandis, la sequenza delle emergenze non risolte ha assunto i contorni di una vera e propria crisi di sistema. Le cause profonde affondano in decenni di criticità mai affrontate, ma il dato politico odierno è inequivocabile: dopo circa due anni dall’insediamento della Giunta guidata da Stefania Proietti, i nodi sono ancora tutti lì, e su molti la Giunta ha scelto la strada più lunga, più costosa o più ideologica. E l’ultima piaga, la decima, è la più dolorosa: la fuga dei giovani. Dietro questa paralisi si intravede una matrice politica e metodologica ben precisa: un nefasto cortocircuito tra scelte dogmatiche e ideologiche, l’immobilismo di chi preferisce non scontentare nessuno sul territorio e un netto rifiuto di confrontarsi con la realtà dei dati scientifici, tecnici ed economici. La bocciatura della Giunta non è una sterile invettiva dell’opposizione: persino osservatori esterni e leader politici nazionali come Carlo Calenda, in occasione dell’inaugurazione della sede di Azione a Perugia, hanno sottolineato come la Giunta abbia “messo le tasse a pensionati e lavoratori quando morde l’inflazione”, evidenziando come la questione energetica rimanga l’emergenza principale per la manifattura umbra. Ma al di là dei giudizi politici, sono i numeri della Corte dei Conti, di Agenas, dell’Istat e delle associazioni di categoria a certificare i dieci nodi irrisolti del territorio.

1. Sanità: promesse a zero, piano fantasma, scelte simboliche

“Azzereremo le liste d’attesa in tre mesi”: questo il ritornello della campagna elettorale. Oggi, secondo il monitoraggio Agenas diffuso dalla stessa Regione, nel primo semestre 2026 il 36% delle prime visite e il 38% degli esami diagnostici restano fuori tempo massimo. Il Piano sanitario regionale continua a essere un fantasma: l’Umbria non ne ha uno organico dal 2009 e la Giunta, dopo due anni, è ancora in attesa della pre-adozione. In compenso, l’hospice pediatrico, condizionato dalle celebrazioni francescane, sorgerà secondo gli atti dell’Usl Umbria 1 ad Assisi: una scelta dal forte valore simbolico, ma lontana dal Polo Ospedaliero di Perugia, dove sono concentrati i reparti di alta specializzazione, la terapia intensiva pediatrica e i team multidisciplinari che le fragilità più complesse richiedono.

2. Pressione fiscale: una stangata ingiustificata costruita su un numero errato

184 milioni in tre anni (2025-2027), destinati a superare i 250 con il 2028: tanto vale la manovra su addizionale IRPEF e IRAP, giustificata dall’amministrazione con un presunto buco sanitario di 243 milioni. È stata la Corte dei conti, nel giudizio di parifica del rendiconto 2024 svoltosi a luglio 2025, a smentire categoricamente quel dato, definendolo incongruo poiché considerava solo le aziende sanitarie e non la gestione sanitaria accentrata. Il disavanzo reale era di appena 34,2 milioni: la manovra fiscale è stata quindi dimensionata su una cifra oltre sette volte più grande del dovuto. Nel giudizio di parifica successivo (relativo all’esercizio 2025) è stato poi confermato che la sanità ha chiuso senza disavanzo. Ciononostante, il prelievo fiscale resta confermato e prolungato fino al 2028. Dal 2026 chi supera i 28.000 euro di reddito (circa 155.000 contribuenti) subisce un’aliquota fino al 3,33%: la stessa di regioni ricche come Emilia-Romagna e Toscana, quasi il doppio della Lombardia (1,73%) e tre volte quella del Veneto (1,23%). Tassare il ceto medio e i lavoratori in una regione a crescita zero (PIL 2025 a -0,2% secondo Svimez e PIL pro capite all’86% della media europea) non è solo un errore tecnico, ma una misura recessiva e profondamente ingiusta: si pretende un’imposizione fiscale da regione ricca per un territorio che viaggia a ritmi ben inferiori alla media nazionale.

3. Lago Trasimeno: livello minimo, dragaggi in ritardo e assenza di visione

A fine giugno il Trasimeno registrava circa 1,70 metri sotto lo zero idrometrico, provocando la sospensione dei battelli per l’Isola Polvese. I dragaggi annunciati per giugno sono partiti con grave ritardo tra fine luglio e agosto a Sant’Arcangelo, mentre San Feliciano è rimasto bloccato. Incomprensibile appare la mancata manutenzione ordinaria e la pulizia dei canali. L’apporto d’acqua da Montedoglio resta insufficiente (200 litri al secondo erogati contro gli 800 necessari). Sui chironomidi gli interventi sono stati tardivi per assenza di coordinamento tra gli enti. Di fronte ai cambiamenti climatici servono programmazione e pragmatismo: senza nuovi apporti idrici strutturali, il bacino si avvia a un inesorabile prosciugamento.

4. Il Nodo di Perugia: 60-70.000 veicoli al giorno paralizzati dal massimalismo

Nel tratto della E45 tra Collestrada e Ponte San Giovanni transitano ogni giorno tra i 60.000 e i 70.000 veicoli, costituiti per il 93% da traffico locale. A fronte dell’annullamento da parte del TAR della vecchia VIA del 2006, la Giunta ha scelto la strada del “tutto o niente”, chiedendo al Ministero la copertura totale dell’opera a quattro corsie da oltre un miliardo di euro, pur sapendo che Anas aveva certificato l’assenza di risorse immediate. Rifiutare soluzioni per stralci funzionali in nome del progetto ideale significa condannare a tempo indeterminato migliaia di automobilisti e residenti alla paralisi e all’inquinamento di Ponte San Giovanni.

5. Invecchiamento demografico e carenza di RSA

L’Umbria dispone di appena 1.135 posti letto nelle RSA per non autosufficienti ogni 100.000 abitanti, contro una media nazionale di 1.850 (-39%). Solo un terzo delle strutture è convenzionato, lasciando il peso economico per i restanti due terzi interamente sulle spalle delle famiglie, con oltre 1.500 anziani in lista d’attesa. A fronte di una popolazione regionale composta per oltre il 26,8% da over 65 (228.000 persone), la risposta istituzionale continua a mancare di qualsiasi pianificazione strutturale.

6. Spopolamento delle aree interne: difendere il passato senza costruire il futuro

Con una popolazione scesa a 851.473 residenti e la previsione Istat di un ulteriore calo del 4-6% entro il 2030, l’Umbria soffre una desertificazione umana che colpisce soprattutto i piccoli borghi montani (esemplare il caso di Poggiodomo, che ha perso il 7,7% di residenti in un anno e presenta un’età media di 65 anni). La risposta della Giunta, un piano da 59,4 milioni per 59 comuni, si limita a mantenere l’esistente. Manca una visione attrattiva e riformista. Mentre la Sardegna eroga contributi mensili per ogni figlio e crediti d’imposta per l’acquisto della prima casa nei piccoli comuni, e la Sicilia abbatte l’IRPEF per chi trasferisce la residenza nei centri minori, l’Umbria non offre incentivi regionali strutturali su casa, natalità o defiscalizzazione. Le politiche passive non fermano lo spopolamento: servono detassazione quinquennale, incentivazione al recupero immobiliare con obbligo di residenza e premi reali per la natalità. E la copertura finanziaria per queste misure non deve derivare dall’aumento delle tasse né dall’esplosione del debito, ma da un’operazione di rigorosa revisione e riorganizzazione della spesa corrente (spending review regionale): passare al setaccio le pieghe di un bilancio regionale spesso frammentato in mille rivoli assistenziali per riallocare le risorse esistenti su incentivi strutturali capaci di generare vero sviluppo.

7. Piano Rifiuti: l’illusione dell’idrogeno e la saturazione imminente

Il nuovo piano regionale dei rifiuti (DGR 831/2025) rigetta il termovalorizzatore per scommettere sulla conversione in idrogeno della frazione residua. Tuttavia, in Italia non esiste ad oggi alcun impianto di gassificazione di rifiuti indifferenziati su scala commerciale. Le tempistiche autorizzative, tecniche e industriali richiedono non meno di 6-8 anni, senza contare l’elevato consumo energetico necessario per raggiungere la purezza richiesta dell’idrogeno (>99,97%). Nel frattempo, le discariche regionali sono prossime all’esaurimento (capacità residua stimata entro il 2030). Questa finestra temporale priva di coperture costringerà la Regione ad ampliare i siti esistenti (come Le Crete di Orvieto) o a spedire i rifiuti fuori regione con costi enormi che ricadranno, tramite la TARI, direttamente sulle bollette dei cittadini.

8. L’ambientalismo ideologico che frena la transizione energetica

La manifattura e i distretti energivori dell’Umbria, a partire dal polo siderurgico ternano, necessitano di energia pulita e a costi competitivi. Eppure, la normativa sulle aree idonee approvata dalla maggioranza (L.R. 7/2025 integrata dalla L.R. 4/2026, impugnata dal Governo davanti alla Corte Costituzionale) impone vincoli e distanze spropositate: divieto di fotovoltaico a terra in zona rurale, tetti comunali risicati e distanze fino a 3.000 metri per l’eolico e 2.000 dai centri abitati, oltre a limitazioni sui tetti dei centri storici. I dati sono impietosi: dal 2021 a inizio 2026 l’Umbria ha installato appena 314 MW di rinnovabili sui 1.756 MW previsti dal Burden Sharing al 2030 (il 17,9%). Per centrare l’obiettivo bisognerebbe quintuplicare il ritmo annuale. E appare paradossale che la Presidente della Regione promuova a Bruxelles pareri condivisibili sulla semplificazione ambientale, mentre a livello locale si frappongono ostacoli burocratici alla realizzazione degli impianti. Senza produzione energetica reale, la transizione ecologica e la produzione di vero idrogeno verde per l’industria rimangono solo slogan da convegno.

9. La macchina pubblica: tagliare gli sprechi interni prima di tassare i cittadini

Prima di gravare sui bilanci di famiglie e imprese con aumenti di aliquote, un’amministrazione responsabile ha il dovere di efficientare la propria struttura. L’Umbria mantiene due aziende Usl (Umbria 1 e Umbria 2) oltre alle due aziende ospedaliere di Perugia e Terni, moltiplicando centri di costo, consigli d’amministrazione, burocrazia e contratti di servizio sovrapposti. Solo nel bilancio della Usl Umbria 2 si leggono oltre 74 milioni di euro destinati ad acquisti di servizi non sanitari, manutenzioni e godimento beni di terzi. L’ipotesi di accorpamento in un’unica Usl regionale permetterebbe un efficientamento stimabile tra i 10 e i 13 milioni di euro all’anno su strutture amministrative e acquisti aggregati. Chiedere sacrifici ai cittadini senza aver prima realizzato una severa spending review sulla macchina regionale dimostra una totale inversione delle priorità.

10. Fuga dei cervelli: la perdita del capitale umano

La decima piaga è la più drammatica: la dispersione dei giovani laureati e qualificati. Solo nel 2024 oltre 600 laureati umbri hanno trasferito la residenza all’estero (+132% rispetto al 2014), mentre il saldo migratorio giovanile interno resta ampiamente negativo. Secondo le stime del sistema camerale, il capitale umano perso nell’ultimo decennio equivale a oltre 1,4 miliardi di euro di valore economico e conoscitivo sottratto alla regione. L’aumento dell’IRPEF sopra i 28.000 euro invia un segnale disincentivante a chi vorrebbe restare o costruire una carriera professionale in Umbria. Tassare le fasce di reddito medio-alte raggiungibili dai giovani professionisti, senza offrire in cambio servizi efficienti o un ecosistema attrattivo per le imprese, acelera il declino demografico ed economico del territorio.

Superare l’alibi del passato con il pragmatismo del fare

L’eredità delle amministrazioni precedenti è un dato di fatto, ma non può trasformarsi in una giustificazione permanente per l’inazione o per l’applicazione di ricette dogmatiche. Aumenti fiscali sovradimensionati, blocchi ideologici alle infrastrutture energetiche e strategie di gestione dei rifiuti basate su tecnologie non ancora mature rischiano di condannare l’Umbria a un irreversibile declino. Per invertire la rotta occorre abbandonare i pregiudizi anti-industriali, ristabilire il primato dei dati oggettivi e mettere in campo una politica economica basata su efficienza amministrativa, attrazione dei talenti e libertà d’impresa.

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