Oscar 2020, la guida ragionata (dopo averli digeriti)

VISTI DA VITTORIA di VITTORIA EPICOCO | L’esclusione di Bellocchio, ma anche Parasite e Jojo Rabbit… e quel premio che – diciamolo – andava ad Al Pacino

di Vittoria Epicoco

PERUGIA – Periodo di premi per l’arte cinematografica; Golden Globe, BAFTA, SAG Awards, David di Donatello, ma tra tutti spicca sempre lui… l’ambitissimo Oscar. E in effetti la nostra assenza è dovuta al non aver ancora del tutto metabolizzato la cosa, che ha lasciato un po’ l’amaro in bocca.

A cominciare dall’esclusione de Il traditore di Marco Bellocchio per la candidatura a miglior film nella categoria degli internazionali, preferendo, tra gli altri, Parasite del regista sudcoreano Bong Joon-ho – vincitore di ben quattro premi Oscar su sei candidature, ci torneremo più avanti – e Dolor y gloria di Pedro Almodovar (di cui si sarebbe potuto fare tranquillamente a meno a nostro avviso).

Come Parasite, pluricandidati anche Joker (Todd Phillips), The Irishman di Scorsese, C’era una volta a… Hollywood di Tarantino, 1917 di Sam Mendes e JOJO Rabbit, il “film-sorpresa” di Taika Waititi.

Tantissimi sono stati i titoli in corsa per l’ambita statuetta, questi i più noti; con molta sorpresa inoltre, la piattaforma streaming di Netflix ha sbaragliato la concorrenza – nelle sue potenzialità – portando a far candidare ben tre dei film da esso distribuiti nel 2019 (I due papi, Storia di un matrimonio e The irishman, per l’appunto).

Nessun dubbio su Joaquin Phoenix che conferma ogni pronostico, portando a casa il premio per il migliore attore protagonista, e che si aggiunge alla lunga collezione; un po’ di amarezza invece per i premi al miglior film e al migliore attore non protagonista, rispettivamente a Parasite e Brad Pitt.

Parasite è un prodotto cinematografico indubbiamente di ottima fattura, meritevole dell’Oscar alla migliore sceneggiatura originale di cui è stato insignito. I Kim sono una famiglia dallo stile di vita più che modesto, che vive del sussidio di disoccupazione, in un lurido appartamento seminterrato, tirando a campare sfruttando qualsiasi tipo di lavoro gli si presenti. Per una combinazione di coincidenze e astuzie da parte del figlio maggiore Ki-woo, tutta la famiglia riuscirà a lavorare per i Park, famiglia-antitesi perfetta dei Kim.

Joon-ho riesce a mettere insieme trhiller, dramma e commedia e lo fa in modo impeccabile ed imprevedibile, in un film che è tutto una sorpresa in ogni sua sfaccettatura. Inoltre il regista evidenzia l’abisso che separa il drammatico mondo di chi non arriva a fine mese ed è costretto ad aggrapparsi a qualsiasi cosa, con quello di chi sembra ottenere tutto senza dover fare praticamente nulla (com’era? minimo sforzo massima resa) e che si rapporta con molta sufficienza al proprio opposto. Questo è reso bene dalle battute improntate sull’odore che Kim senior sembra emanare (vi risparmiamo i nomi originali).

Tuttavia circa l’Oscar a miglior film, per quanto accolto positivamente ed in modo unanime, ci sentiamo di andare completamente controcorrente, sostenendo che anche un JOJO Rabbit fosse più che meritevole. Taika Waititi traspone nel modo più leggero e comico possibile, un argomento atroce come fu quello del Nazismo, servendosi dell’innocenza dei bambini che guardano con ammirazione al regime, ritenendolo l’espressione massima del proprio ideale.

Bisogna sottolineare qui il perfetto connubio Jojo + Hitler – suo amico immaginario, interpretato dallo stesso Waititi – dove la performance di Roman Griffin Davis, Jojo appunto, è senza tanti giri di parole, perfetta. Tuttavia JOJO Rabbit porta a casa il riconoscimento alla migliore sceneggiatura non originale (il film è infatti tratto dal romanzo Come semi d’autunno di Christine Leunens) e ci si accontenta, anche se a malincuore, perché il miglior film non è prettamente quello tecnicamente perfetto, ma anche – e forse soprattutto – quello con una certa densità.

Infine, il miglior attore non protagonista Brad Pitt. Niente contro l’attore, anzi siamo addirittura contenti per lui, ma certo era sicuramente più indicato un Al Pacino per salire sul palco a ritirare quel premio. A quasi 80 anni ha regalato una delle performance più belle della sua carriera, con una energia tale da coinvolgere lo spettatore a tal punto da dire “Sì Al, diamine, siamo con te!”.

Ma a Martin questa soddisfazione non gliel’hanno voluta dare, che si è visto sbattere le porte in faccia da Hollywood per la realizzazione del suo The irishman, accolto a braccia aperte invece da casa Netflix.
Certo non poteva essere il miglior film – i ritmi di Scorsese sembrano non coincidere più con i ritmi cinematografici richiesti oggi e che quindi lo rendono un cinema di nicchia; ma a miglior film forse non doveva nemmeno essere candidato, è sembrato più un non voler fare uno sgarbo ad un regista così acclamato.

Gioie e dolori nel complesso per questa edizione degli Oscar, alcune aspettative attese, altre totalmente disattese; impazienti di arrivare ai 2021 carichi di materiale cinematografico da sviscerare.

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