Antiche monete romane dallo scavo illegale alla bancarella dell’ambulante: denunciato

La scoperta dei carabinieri a Città di Castello

CITTÀ DI CASTELLO (Perugia) – I carabinieri del nucleo Tutela patrimonio culturale (Tpc) di Perugia hanno sequestrato, dal banco di un ambulante al mercato antiquario di Città di Castello, sessanta antiche monete romane e medievali provenienti, presumono, da uno scavo clandestino.

I militari del reparto – operativo in Umbria dal 2016 e specializzato proprio nell’individuare le bancarelle di vendita su cui effettuare le verifiche amministrative e i controlli preventivi sui beni d’arte più significativi esposti alla vendita – hanno notato l’ambulante estrarre da sotto il banco di vendita un contenitore che, «con fare circospetto, ha poi mostrato ad un avventore particolarmente interessato a verificarne il contenuto».

Oggetti tutt’altro che comuni, bensì monete con ancora presenti le classiche concrezioni di terra spesso presenti su oggetti provenienti da scavo clandestino. L’intervento dei carabinieri ha posto fine alla contrattazione e l’ambulante, un 67enne aretino, si è poi rivelato incapace di dimostrare la lecita provenienza del materiale numismatico.

Sequestrate le monete, il venditore è stato immediatamente denunciato. Questa, a tal proposito, la nota diffusa in giornata dai carabinieri: «Sotto il profilo giuridico il “Codice dei beni culturali e del paesaggio” (D.Lgs. 42/2004) è molto chiaro in merito prevedendo specifiche ipotesi di reato infatti, per quanto attiene le “Violazioni in materia di ricerche archeologiche”, sancisce che non si possono effettuare ricerche di materiali d’archeologia senza le prescritte autorizzazioni rilasciate dal MiBACT e che all’atto del ritrovamento (anche fortuito) di un qualsiasi manufatto di natura archeologica, vi è l’obbligo di comunicarlo alle Autorità entro le ventiquattro ore successive. L’altra ipotesi, ovvero “L’impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo stato”, prevede sanzioni nei confronti di coloro che, pur non effettuando ricerche in modo diretto, all’atto del rinvenimento di beni culturali di natura archeologica se ne appropriano indebitamente; per chi invece fa consapevolmente commercio di beni d’illecita provenienza, il reato che si configura a suo carico è quello ben più grave della “Ricettazione”».

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