POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | La Regione metterà altri 21 milioni ma ne servono altri 15 e forse più. Imprese, preoccupate per le scelte del Governo, dalla Tesei per un piano regionale. L’Umbria ha trovato intanto i soldi per premiare il personale sanitario (si firma martedì col sindacato)
di Marco Brunacci
PERUGIA – Tra le tante partite sospese, tra i tanti soldi promessi e ancora non in giro, tra le tante soluzioni prospettate ma ancora non realizzate, tra le ipotesi di reperimento soldi (in Europa) già molto criticate ma ancora rinviate, ecco una questione Cassa integrazione in deroga.
Sembra che su questo non ci siano discussioni. La decisione del Governo è stata presa rapidamente ed è stata quella che tutti auspicavano: una Cigd aperta a tutti i dipendenti che permettesse di percorrere la via del lockdown avendo la certezza di uno stipendio garantito per 9 settimane.
Ora però si cominciano a fare un po’ di conti e sul piatto mancano denari.
Tutti sono convinti che almeno su questo fronte, tra primo e secondo decreto economico, i soldi ci saranno, ma intanto va detto che mancano all’appello 15-20 milioni per fare fronte alle tante domande che sono arrivate dall’Umbria. Del resto se decide di spegnere la produzione – come non è stato fatto in Germania, dove, al di là delle chiacchiere, il consumo di energia elettrica che è il dato fondamentale per capire il funzionamento dell’apparato produttivo, è calato nelle ultime quattro settimane del 6% mentre in Italia del 27% – i costi sociali sono elevati. «Prima la salute» continuano a dire, senza però dare una via d’uscita alla crisi del virus, che finisce solo se si trova rapidamente una cura (al momento non c’è ma non sembra sia un problema che turbi i sonni di tanti geniali esperti da show tv) o se il virus si depotenzia di sua spontanea volontà.
Per tornare alla piccola Umbria: finora la Cassa integrazione è stata finanziata dal riparto dei fondi per 44 milioni da parte del Governo nazionale in due tranche. A questi si devono aggiungere i 21 e spicci che aveva messo da parte la Regione per questa evenienza. Risultato: 65 milioni e spiccioli. Il costo della Cassa, dando per buone le domande che sono arrivate, è di non meno di 80 milioni ma forse anche di più (c’è chi valuta almeno 85).
Non solo: l’erogazione della Cassa come decisa dall’Umbria è subito esigibile – il lavoro burocratico fatto dalla Regione è stato in tempi non da burocrazia – e va pagata in tempi molto rapidi per rispetto dei lavoratori.
È chiaro che nella vita serve tanta fede, anche nei decreti del Governo. Ma anche qui un po’ di agitazione ci sta.
Per non dire l’ansia delle imprese che hanno visto i tanti lacci e lacciuoli del decreto liquidità e ora sono in fila in Regione perché dia una mano a snellire e a far aprire strade che facilitino l’accesso al credito con le banche. Altrimenti qui si mette male.
E a quanto pare non conta che il virus sia stato combattuto e arginato, e si stia lanciando anche la fase 2, fin da subito, con la distribuzione a casa dei malati dei medicinali previsti nel protocollo in sperimentazione a Oxford, sperando che creino una diga contro il virus.
E poco conta che l’Umbria abbia trovato, nel magro bilancio regionale, anche i soldi per dare un giusto riconoscimento al personale sanitario che ha combattuto in prima linea la battaglia, permettendo i risultati positivi che oggi si conoscono.
Ultima nota: se questi risultati si confermano nei corso della prossima settimana, cosa faranno gli umbri aspettando che tutta Italia, zone rosse vere comprese, vadano verso una normalizzazione che, così come si prospetta oggi, è pura utopia?
Fabbriche ferme per disporsi impotenti a una emergenza economica dalla quale non si sa come si esce (ma, intanto, come primo segnale, non ci sono tutti i soldi per la Cassa integrazione)? Attività fondamentali (avete presente i dentisti?) rinviate sine die? Cittadini confinati per il loro bene, bimbi inclusi, in attesa di una ripartenza che sarà comunque piena di limitazioni? Cittadini che dovranno attendere, ancora nessuno sa quanto, per avere il diritto a interventi chirurgici o visite specialistiche o esami strumentali no coronavirus?
Chissà se ci sarà spazio per una preapertura (sì, come si fa per la caccia) sperimentale per la piccola Umbria? E poi “difendere i confini”, chiedere garanzie sulla salute di chi proviene dalle vere zone rosse d’Italia.
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