Doctor Strange nel Multiverso della Follia, la recensione in anteprima del nuovo film Marvel: i cinema umbri si preparano al pienone

Dopo Spider-Man: No Way Home, la Fase 4 del MCU si arricchisce di un titolo con tre “cuori” differenti, diretto con mano decisa da Sam Raimi, storico regista dei primi Spider-Man con Tobey Maguire

di Luca Ceccotti

Si entra finalmente nel vivo della Fase 4 del Marvel Cinematic Universe, e le cose cominciano a complicarsi. Il Multiverso non è più una teoria e nemmeno lontano. Già Spider-Man: No Way Home ci dava un primo assaggio dei pericoli legati alle dimensioni alternative, ma ora Doctor Strange ci trascina con forza all’interno di questo meandro di universi paralleli in un film visivamente portentoso e ricco d’ingegno.

Degli strani demoni di qualche dimensione del Multiverso stanno inseguendo America Chavez, un’adolescente unica nel suo genere perché in grado di aprire dei portali sul Multiverso stesso per viaggiarci dentro. Salvata dal Dottore, i due si imbarcano in un’avventura frastagliata e scomposta tra i vari mondi alternativi per impedire che i poteri di America cadano in mano a un temibile avversario. Un film tutto sommato convenzionale nel concept e nella stesura stessa del racconto che vive però di una regia miracolosa e riconoscibile a firma Sam Raimi, di ritorno dietro la macchina da presa dopo 9 anni dal suo ultimo lavoro (Il Grande e Potente Oz). Per lui è anche un importante come back nel genere cinecomic, avendo diretto la trilogia di Spider-Man con Tobey Maguire.

La mano di Raimi è decisa, evidente, mai morbida e sempre divertita. Invecchia bene, l’autore de La Casa e de L’Armata delle Tenebre, senza perdere visione, giovane nel talento e ancora desideroso di mettersi in gioco. Si auto-cita senza contegno nel corso di due ore, riscoprendosi e rinnovandosi al contempo con soluzioni virtuose che riescono a unire insieme l’anima più horror e macabra del suo ideale cinematografico con le esigenze della continuity Marvel e uno smisurato fan service. È qualcosa di mai visto prima, nel MCU: parliamo di toni che miscelano tetro e surreale in una commedia supereroistica autoriale e coraggiosa. In questo senso, è al momento il film più “sperimentale” della Fase 4 Marvel ma anche tra i più furbi nelle occhiatine ai fan, che soprattutto nel secondo atto si troveranno carichi d’entusiasmo di fronte a diverse sorprese – alcune in realtà un po’ telefonate, almeno per i più attenti e studiosi.

L’anima raiminiana è però quella che funziona meglio e appassiona di più. Sono poi diversi i momenti di spessore cinematografico, nel genere, ma uno in particolare unisce l’estro ancora fertile di Raimi alle composizioni tra fiaba, magia, rock e sintetizzatori di un eccezionale Danny Elfman, voluto appositamente dal regista. Ma poi il trip d’ingresso nel Multiverso, la fotografia dinamica e inventiva (firmata da John Mathieson di Logan e X-Men: L’inizio) e un insieme di comprimari efficaci e decisivi nelle loro interpretazioni (su tutti Elizabeth Olsen con Scarlet Witch). Sono davvero pochi gli elementi fuori posto in Doctor Strange in the Multiverse of Madness, primo fra tutti quello narrativo, dove un approccio abbastanza didascalico non aiuta l’incedere emotivo ed evolutivo della storia, che per quanto coerente risulta semplice, con tematiche che vengono approfondite velocemente rispetto al valore attribuitogli inizialmente. Lo sviluppo non è sbagliato: è la run time a non permettere di maturare considerazioni e conseguenze adeguate.

Raimi fa del suo meglio per contenere e valorizzare l’esubero di parole, fatti e personaggi imbastito da Michael Waldron, approvato da Feige a dunque necessario, ma a volte si notano traboccamenti sceneggiativi che limitano di fatto il genio dell’autore, costringendolo a piallare con maestria angoli e superfici del racconto al meglio delle sue possibilità. E ci riesce e confeziona un titolo mattonato con dedizione e passione un bricco dopo l’altro, quasi a voler accogliere gli spettatori dentro la sua nuova casa per abbracciarli e solleticarli nello spirito e sussurrargli: «Mi riconoscete?».

Sì. Sam Raimi è tornato. E anche il Dottore. E non poteva uscire fuori film più giusto di così.

VOTO: 8/10

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