Sanità/Non servono allarmi, ma 100 milioni (e 5 miliardi per le altre Regioni). Il Governo rinvia. Si riparte dai risparmi e dall’Università

SPOTLIGHT di MARCO BRUNACCI | Non sono stati dati alle Regioni i soldi per le spese Covid né riconosciuti gli extra costi dovuti allo spropositato aumento delle bollette. In attesa del prossimo ministro, il dg D’Angelo deve razionalizzare in gran fretta e lavorare insieme al rettore. Primo summit operativo lunedì

di Marco Brunacci

PERUGIA – Umbria7 lo ha scritto e spiegato più di una volta. Sulla sanità ci si gioca il futuro della legislatura, ma soprattutto della gente umbra, e l’uscita chiassosa dell’ottimo segretario regionale Pd e medico, Tommaso Bori, aiuta soltanto a fare chiarezza, per chi si sia perso una delle puntate precedenti.

Allora, partendo dalla fine: la sanità umbra rischia il commissariamento (prospettato da Bori) esattamente come lo rischiano altre 16 regioni italiane. In primis la ancora rossa Toscana (il presidente Giani ha parlato di 400 milioni sbilancio, esattamente in linea, facendo le debite proporzioni di grandezza delle due regioni, con i 100 dell’Umbria, come da titolo di Umbria7 di metà giugno) e l’Emilia Romagna del potenziale futuro segretario nazionale Pd, Bonaccini (800 milioni di deficit dichiarati, con una risposta seccata alla sua richiesta di intervento direttamente da parte del ministro dell’economia e finanze, Franco).
Volete sapere – se proprio la vogliamo buttare in politica – chi potrebbe uscirne bene da questo tremendo 2022 sanitario?
Solo il Veneto e forse in parte la Lombardia. Il Veneto ha risorse proprie messe da parte nella pancia delle Asl per quasi un miliardo, merito di una gestione (vogliamo ricordare il colore dei governi di quelle latitudini?) oculato e di una ricchezza diffusa. La Lombardia perché ha un sistema dove il privato conta quasi come il pubblico, il che finisce per tornare utile nei periodi di vacche magre o magrissime come il 2022.
Detto questo, un commissariamento potrebbe essere usato in Umbria come uno spot, magari per dire a tutte le regioni di ricorrere a quello che hanno messo da parte e metterlo nel pozzo della sanità, ma non prima di gennaio o febbraio. Ma sarebbe solo uno sgradevole spot essendo una situazione comune. Ovviamente – tranquilli – non succederà in questi 20 giorni (o, almeno, se vale la Costituzione: il governo attuale è in carica per l’ordinaria amministrazione) e neanche finché non abbia pieni poteri il prossimo governo. Che – stando ai sondaggi – sarà simile a quello del governo umbro.
Se invece togliamo di dosso dal tema sanità i toni e i modi da campagna elettorale, possiamo serenamente andare a spiegare cosa sta succedendo e perché l’argomento è tanto delicato. Anzi a rispiegare (Umbria7 lo ha già fatto più volte), a tutti coloro che hanno voglia di saperlo.
Ecco qui: il Governo nazionale ha detto che non intende far fronte alle spese per il Covid della sanità del 2022. Un guaio. Perché il Covid è stato qui tra noi fino a luglio. E rischia di tornarci. La Costituzione, titolo V, dice che la sanità è regionale e il Governo è tenuto a distribuire un Fondo apposito e poi niente altro.
Naturalmente il suo “niet” non è per cattiveria, ma perché non c’è più il becco di un quattrino nelle tasche statali. E servirebbe un nuovo sforamento di un bilancio che è già tutto sforacchiato.
Si dice che servano certamente non solo i 100 milioni dell’Umbria, ma 5 miliardi tondi. Da dove si prendono? Dal Reddito di cittadinanza? (Quando si dice che sulla sanità ci vuole una moratoria e non va fatta propaganda ma approfondita e comune riflessione).
Va detto che la sanità di tutte le regioni ha dovuto fare i conti con l’aumento delle bollette, come fosse un’azienda (o se volete una famiglia) con 13mila dipendenti. La più grande della regione per distacco. Ast a Terni di dipendenti ne ha 2mila e non sa come fare.
Non solo: l’attuale governo regionale umbro ha ereditato, e ormai questo è assodato, uno sbilancio (non un buco di bilancio, sia chiaro) di 42 milioni tra costi ed entrate, al quale fare fronte.
Detto questo, vanno ricordati errori e tentennamenti (insieme ai successi, come il record di regione bianca sotto Covid), assurdi stop and go, che hanno penalizzato in questi ultimi due anni e mezzo la sanità, il comparto umbro che più ha bisogno di una radicale ripartenza (siamo nelle mani del nuovo direttore generale Massimo D’Angelo).
L’occasione per una prima svolta è il summit sanitario di lunedì. Regione e Università faccia a faccia con tutto il lavoro preparatorio già espletato e quindi la possibilità di prendere decisioni operative.
Il nuovo assetto permetterà all’Università di contribuire con mezzi e soprattutto personale per far fronte alle esigenze. Se si rema con determinazione tutti nella stessa direzione, si può fare un bel tratto del percorso.
Il resto lo si fa solo con una vertenza nazionale, di tutte le Regioni che non hanno più poste straordinarie da mettere in campo, cioè la quasi totalità di quelle italiane. E il Governo non può rimanere in silenzio o far finta di niente. Almeno per il 2022. Poi si potrebbero indicare insieme, Stato e Regioni, priorità e linee di intervento comuni per evitare nuovi sbilanci.
Ps. Va ricordato – sempre per dire che il tema non è da propaganda ma delicato e potenzialmente esplosivo – che il presidente Pd della Campania, De Luca, ha già annunciato che non chiuderà il bilancio e si dimetterà, qualora il Governo non intervenga, mettendo i soldi necessari.

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