Artemisia Gentileschi, a Terni il coraggio di essere donna e artista

La mostra e quella Giuditta che entra a far parte della collezione d’arte della Fondazione Carit

di Aurora Provantini

TERNI – Lo stupro subìto da giovanissima e il processo intentato dal padre Orazio al pittore e amico Agostino Tassi. Due vicende che accompagnano – e accompagneranno all’infinito – la figura complessa di Artemisia Gentileschi, prima pittrice a firmare i suoi quadri e icona ante litteram delle lotte per la parità di genere. Senza però riuscire ad offuscare la forza con cui Artemisia si impone come pittrice su temi decisamente lontani da quella “peinture de femme” sui quali altre donne si erano avventurate sino a quel momento – il Seicento – limitati a nature morte, paesaggi, ritratti.

Artemisia affronta infatti la pittura “alta”. Dipinge soggetti sacri e storici. Lo fa con totale padronanza. Abbracciando completamente la lezione caravaggesca, radicale nella concezione della scena, nel contrasto che descrive le forme e i colori, nella predilezione di un taglio ravvicinato che drammatizza il rapporto con lo spettatore. Quindi si fa forse torto alla sua opera, se la si considera solo come riscatto o sublimazione dalle violenze subite.
Sono le sue stesse opere a porre il tema del conflitto sia sotto l’aspetto tematico che figurativo, come si vede nelle sue “Giuditte”, che non lesinano concretezza né ai personaggi che mette in scena, né alle ferite che esse mettono in atto.
“Giuditta e la sua serva con la testa di Oloferne” (olio su tela cm 115 per 116,4), attribuito da Pierluigi Carofano e Riccardo Lattuada proprio ad Artemisia Gentileschi, entra ora a far parte della collezione d’arte della Fondazione Carit. «Il ruolo dell’istituzione di origine bancaria – spiega Anna Ciccarelli, segretario generale della Fondazione Carit – per la conservazione dell’identità culturale e artistica di un territorio, si attua attraverso l’acquisizione di opere che rischiavano di essere allontanate dal Paese e che sono state, invece, recuperate e restituite alla collettività».

La Fondazione riporta in Italia la Giuditta e la sua serva con la testa di Oloferne a giugno del 2021 (acquistata presso la casa d’aste Dorotheum di Vienna). La composizione replica un celebre modello del padre Orazio (stesso titolo) conservato ad Hartford. «La distinzione fondamentale rispetto all’esemplare di Hartford, sta nel ductus pittorico più contrastato, con pennellate più corpose e un chiaroscuro più marcato, ottenuto sfruttando a fondo la preparazione: una particolare vigoria che ha indotto Federico Zeri, ed ora Carofano e Lattuada, a confermarlo quale autografo di Artemisia». Filippo Maria Ferro, spiega: «Carofano pensa che Artemisia lo abbia eseguito sul limite degli anni Trenta, una volta tornata da Londra dopo la morte del padre nel 1639). Quanto a Riccardo Lattuada, il reimpiego del modello nella figura dell’Allegoria della Fortezza nel soffitto di Marlborough House a Londra, sarebbe ulteriore conferma di una realizzazione dopo il rientro a Napoli di Artemisia».
La Fondazione, con la mostra “Dramma e passione”, evento straordinario dedicato a Caravaggio, ad Artemisia Gentileschi e a insigni maestri del Cinquecento e Seicento, espone anche il suo ultimo acquisto. Collocandolo all’interno di un percorso che si snoda tra otto sale tematiche che vedono l’affermazione della pittura naturalista di matrice caravaggesca sino al confronto con il classicismo emiliano di Guido Reni e Guercino, lo scontro con nemici di Caravaggio come Baglione Salini, e il trionfo della pittura barocca con Bernardo Strozzi e Mattia Preti.

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