di Sebastiano Pasero
TERNI – È stato molte cose. Ma di sicuro non un inno all’indifferenza. Si può essere indifferenti al funerale della propria madre, alla dichiarazione di amore della propria donna, si può essere indifferenti persino alla vita che scivola addosso. Più complicato rimanere indifferenti nella sala teatro del carcere di vocabolo Sabbione, dove undici detenuti, di media sicurezza, hanno messo in scena Gli Stranieri, uno spettacolo liberamente tratto da Lo Straniero di Albert Camus, il romanzo per antonomasia sulla indifferenza e sulla estraneità.
Undici “stranieri”, provenienti dal Marocco, dal Brasile, dall’Albania, dalla Tunisia, dalla Campania, sotto la guida dell’associazione ternana Toto Corde, con Francesca Capitani pedagogista e attrice insieme ai “carcerati”, come loro stessi si sono definiti. Sul palco anche la bella voce di Asia Tolomei, altra volontaria. Scenografie di Francesca Ponticelli.
Otto mesi di lavoro, otto mesi di prove, otto mesi di lettura ed analisi delle proprie vite, otto mesi resi possibili dall’istituzione carceraria che non si è limitata a chiudere le sbarre.
Il carcere di vocabolo Sabbione che non fa notizia per le carenze di organico, per i tanti detenuti, per le esplosioni di violenza, ma che fa parlare per la sua umanità e voglia di fare altro.
Il carcere che riempie la sala di volontari, di avvocati, di operatori, di politici. Il carcere che applica la Costituzione, la rieducazione. Il progetto Ex Nunc, sostenuto dalla chiesa Valdese, con il pastore Pawell Andrzej che parla di semi portati via dal vento e di altri che germogliano e danno cento e cento.
Chissà cosa avrebbe pensato Meursault, l’assassino protagonista de Lo Straniero, se a giudicarlo fosse stato Fabio Gianfilippi: «Questo è un pezzo della città, è la città dentro le mura. C’è molto altro oltre al reato. L’utilità del tempo in carcere ha un valore sociale ben preciso: il 70 per cento di chi ricommette reati, in carcere non ha svolto attività, chi ha svolto attività teatrale ha una recidiva inferiore al 20 per cento».

L’indifferenza e la passione per il proprio lavoro, per quello che si fa.
Tremano le voci dei carcerati attori, poi acquistano sicurezza. Cantano, ballano, recitano, ma la loro passione è autentica. Recitano il processo e gli ultimi giorni di un detenuto in attesa di essere ghigliottinato, sembrano parlare di loro stessi, dei colloqui, delle visite dei familiari, dell’essere giudicati per le loro intenzioni non per i loro fatti. Forse hanno le mani sporche di sangue ma i loro occhi non fingono quando, di fronte agli applausi scroscianti, luccicano, quando ringraziano il comandante e gli agenti della polizia penitenziaria, “l’area educativa”, la direzione del carcere. Gli otto mesi sono volati. Le due ore anche. È Natale. La comunità carceraria – come l’ha definita il magistrato di sorveglianza- resterà nelle mura di vocabolo Sabbione. Ma la Terni che si riapre allo schiocco dei cancelli elettronici è meno lontana e sulla piana di Maratta non mancano i trattori che arano per i raccolti della prossima estate.


