di Marco Vinicio Guasticchi
PERUGIA – Ambientalismo e sviluppo: l’Umbria tra tutela e immobilismo
L’Umbria è da sempre celebrata come “terra di santi”, ma anche come scrigno di paesaggi, borghi e patrimoni naturali di straordinaria bellezza. Un equilibrio delicato, costruito nei secoli, che oggi dovrebbe rappresentare il punto di partenza per uno sviluppo moderno, sostenibile e capace di generare benessere diffuso. Eppure, troppo spesso, questo potenziale resta inespresso, intrappolato tra buone intenzioni e un ambientalismo che, in alcuni casi, scivola nella retorica e nella contrapposizione ideologica.
Non si tratta di negare l’importanza della tutela ambientale, che è anzi un valore imprescindibile. Il problema nasce quando ogni proposta di intervento viene ostacolata a priori, senza un confronto serio basato su dati, studi e soluzioni tecniche. In questi casi, il rischio è quello di trasformare la difesa dell’ambiente in un alibi per non decidere, lasciando territori e comunità in una condizione di immobilismo.
Un esempio emblematico è il lago Trasimeno, una delle principali risorse naturalistiche e turistiche della regione. Da anni si discute della necessità di interventi strutturali, come il dragaggio dei fondali o la realizzazione di emissari per regolare il livello delle acque. Tuttavia, vincoli normativi complessi e interpretazioni restrittive — come quelle che assimilano i sedimenti lacustri a rifiuti speciali — rendono questi interventi difficili e costosi. A ciò si aggiunge la nascita di comitati contrari a ogni ipotesi progettuale, spesso pronti a sollevare obiezioni che non sempre trovano riscontro in evidenze scientifiche consolidate. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un lago che rischia progressivamente l’insabbiamento e una risorsa che perde attrattività.
Lo stesso schema si ripete in molte aree dell’Appennino umbro. Esistono realtà virtuose, come alcune comunanze agrarie che hanno saputo investire nella valorizzazione del territorio, recuperando baite, creando sentieri e promuovendo un turismo lento e rispettoso. Sono esperienze che dimostrano come sia possibile coniugare tutela e sviluppo. Accanto a queste, però, persistono situazioni di abbandono, come nel caso dell ‘Appennino gualdese, dove il potenziale naturalistico rimane inespresso, privo di una visione strategica.
Le comunanze agrarie, che gestiscono beni collettivi di grande valore, dovrebbero essere protagoniste di un progetto di rilancio. Il loro ruolo non può limitarsi alla conservazione passiva: valorizzare il patrimonio significa anche renderlo fruibile, accessibile e capace di generare economia per le comunità locali. Senza una strategia, il rischio è che queste aree diventino “oasi del nulla”, belle ma inutilizzate, lontane dai circuiti turistici e incapaci di sostenere chi vi abita.
Serve dunque un cambio di paradigma. L’Umbria ha bisogno di un ambientalismo maturo, capace di dialogare con le esigenze dello sviluppo e di distinguere tra interventi dannosi e progetti sostenibili. Allo stesso tempo, le istituzioni devono semplificare le procedure, investire in studi seri e favorire il confronto tra tutte le parti in causa.
Proteggere l’ambiente non significa congelarlo, ma governarne l’evoluzione. Solo così sarà possibile trasformare le ricchezze naturali e paesaggistiche in opportunità concrete, rendendo la regione più competitiva e offrendo nuove prospettive alle comunità locali.


