di Mirko Ceci, segretario provinciale di Azione
PERUGIA – Alla luce dei dati ufficiali ARPA 2024 e degli ultimi atti adottati dalla Regione Umbria in materia di gestione dei rifiuti, ritengo in qualità di segretario provinciale e di ex amministratore, doveroso intervenire pubblicamente per evidenziare le profonde criticità, le evidenti incoerenze e le preoccupanti incognite che ancora gravano sul futuro del ciclo integrato dei rifiuti umbri.
Lo facciamo con senso di responsabilità istituzionale e politica, in attesa di essere convocati dall’Assessore regionale all’Ambiente, anche alla luce dei distinguo e delle prese di posizione emerse nelle ultime settimane da parte del Presidente di AURI e di diversi amministratori locali.
Come prima forza politica che, in tempi non sospetti, ha sollevato il tema della sostenibilità reale del piano rifiuti regionale, riteniamo necessario manifestare pubblicamente il nostro punto di vista.
I dati ARPA parlano chiaro.
Nel 2024 l’Umbria produce ancora oltre 458 mila tonnellate di rifiuti urbani, con una raccolta differenziata del 69,6%, certamente in crescita rispetto al 2019, ma ancora insufficiente rispetto agli obiettivi dichiarati dalla Regione.
Ancora più significativo è il dato sul riciclo reale: l’indice di riciclo si attesta al 56,31%, mentre ben 154 mila tonnellate finiscono ancora in discarica, pari al 34% del totale dei rifiuti prodotti.
Di fronte a questi numeri, la Regione ha scelto di cancellare il precedente modello imperniato sul termovalorizzatore senza però indicare, ad oggi, una soluzione alternativa concreta, definita e tecnicamente validata.
La nuova pianificazione si fonda infatti su obiettivi estremamente ambiziosi:
riduzione della RUR da 164 kg pro capite a 100 kg entro il 2030;
raccolta differenziata all’80%;
indice di riciclo al 65%;
drastico abbattimento del conferimento in discarica fino al 20%.
Obiettivi teoricamente condivisibili, ma che allo stato attuale appaiono più come auspici politici che risultati realisticamente programmati.
Il punto più critico riguarda proprio il tema delle discariche.
Nel Working Document allegato alla DGR 344/2026 si afferma che entro il 2030 il conferimento in discarica dovrebbe scendere sotto le 90 mila tonnellate annue. Tuttavia, gli stessi documenti regionali riconoscono che, anche rispettando il trend ottimistico previsto dal piano, la capacità residua delle discariche umbre sarebbe sostanzialmente esaurita entro il 2030, salvo realizzare gli ampliamenti previsti dalla DGR 2/2022.
Ed è qui che emergono le contraddizioni più evidenti.
Da un lato la Regione dichiara di voler superare definitivamente il modello fondato sulle discariche e di non voler realizzare nuovi siti; dall’altro ammette implicitamente che senza gli ampliamenti autorizzati il sistema non reggerebbe neppure nel medio periodo.
Ancora più preoccupante è l’assoluta assenza di un piano alternativo concreto.
La soluzione individuata dal nuovo piano sarebbe infatti l’attivazione, dal 2031, di un impianto “Waste to Hydrogen”, tecnologia che viene indicata come strategica senza però chiarire:
dove dovrebbe sorgere;
chi dovrebbe realizzarla;
quali sarebbero i costi effettivi;
quali garanzie industriali esistano;
quali tempi autorizzativi siano realmente ipotizzabili;
e soprattutto se tale tecnologia sia oggi concretamente in grado di garantire la chiusura del ciclo regionale.
In sostanza, si smantella il precedente modello impiantistico senza avere ancora una soluzione certa, definita e cantierabile.
Nel frattempo, il nuovo piano rilancia persino gli impianti TMB, che il precedente PRGIR prevedeva invece di superare, trasformandoli in “fabbriche dei materiali” destinate anche alla produzione di CSS per i cementifici di Gubbio.
Anche su questo punto occorrerebbe maggiore trasparenza verso i cittadini:
si sta forse tornando, indirettamente, ad una forma di recupero energetico diffuso senza il coraggio politico di dirlo apertamente?
A tutto ciò si aggiungono evidenti incoerenze nei dati riportati negli stessi documenti regionali sulla capacità residua delle discariche umbre, circostanza che alimenta ulteriormente dubbi sulla solidità tecnica dell’intera pianificazione.
La domanda che poniamo è semplice ma fondamentale:
cosa accadrà se gli obiettivi ottimistici fissati dalla Regione non verranno raggiunti entro il 2030?
Cosa accadrà se il progetto Waste to Hydrogen non dovesse essere realizzato nei tempi annunciati oppure dovesse rivelarsi economicamente o tecnicamente non sostenibile?
La risposta appare purtroppo evidente:
l’Umbria rischierebbe inevitabilmente di dover ampliare ulteriormente le attuali discariche o addirittura individuarne di nuove.
Per questo riteniamo indispensabile aprire finalmente un confronto pubblico serio, trasparente e non ideologico sul futuro della gestione dei rifiuti in Umbria, basato su dati concreti, sostenibilità economica, certezze tecnologiche e reale tutela dei territori.
Su un tema tanto delicato non possono bastare slogan o annunci politici:


