TERNI – Don Roberto Cherubini, parroco di Santa Croce e fondatore della scuola insieme a trenta insegnanti volontari, traccia un bilancio dell’esperienza spiegando che la parrocchia è diventata un crocevia di persone, una scuola, una mensa comune e un luogo di cura: «All’inizio sembrava un incontro improbabile, ma Santa Croce col tempo è diventata un felice crocevia di gente diversa: immigrati, professori volontari ternani, giovani in ricerca, stranieri che parlano ormai con l’accento di queste parti, bambini del catechismo, persone che passano per offrire un aiuto a chi sta peggio, come abiti, o il loro tempo libero. E la Parrocchia diviene di volta in volta scuola di italiano, luogo di incontro interreligioso, mensa comune per le feste, casa nella quale far crescere i sogni e dargli la consistenza di sguardi felici, oltre che naturalmente luogo di celebrazione liturgica, di preghiera comunitaria e personale. Una grande confusione domina, ma ciò che rende ordinato questo luogo è l’unico scopo al quale tutto concorre: prendersi cura di chi vi passa, come l’ospedale da campo di cui parlava papa Francesco. Il malato a Santa Croce è il cuore di ciascuno, sempre bisognoso di scoprire e vivere la buona notizia che ci è giunta dalla Galilea: che non ci si salva da soli, che si è felici facendo il bene degli altri, che Dio cerca casa dove l’amicizia affratella gente diversa, senza escludere nessuno.»
Harouna e Shàmshad bevono un tè speziato nel salone della Parrocchia di Santa Croce a Terni. Hanno ventuno e ventitré anni, arrivano dal Burkina Faso e dal Kashmir pakistano, e parlano tra loro in un italiano un po’ stentato. Si sono conosciuti alla Scuola di Lingua e Cultura italiana che offre corsi di 10 ore settimanali a chi è arrivato in città da poco e ha fretta di integrarsi. Lunedì 29 giugno 2026, nella sede di via Cavour, verranno consegnati gli attestati che certificano l’impegno di studio e i risultati ottenuti. Gli oltre 300 studenti che frequentano la scuola provengono da 27 nazionalità diverse. Alcuni sono a Terni da poche settimane e affrontano la burocrazia dei documenti, altri sono qui da anni, come le numerose donne che vogliono inserirsi con consapevolezza nella comunità. Il gruppo più numeroso è composto da bengalesi, seguiti da pakistani, marocchini, egiziani e turchi, ma non mancano iscritti da Nepal, Cina o da paesi segnati dai conflitti come Russia, Ucraina, Iran e Palestina.

ALCUNE STORIE
Fatima viene da Rabat ed è a Terni da oltre quindici anni: «sono a Terni da oltre quindici anni, sono sposata e ho tre figli. Uno studia ancora all’IPSIA, gli altri due lavorano in un cantiere edile e in un’officina meccanica. Ora posso studiare anche io e la Scuola di italiano mi ha fatto scoprire tante cose. Prima di tutto che ci sono tante donne, come me, di tanti Paesi diversi che hanno voglia di capire meglio il mondo in cui viviamo e di far sentire anche la nostra voce di donne immigrate che hanno contribuito con molti sacrifici a costruire un pezzo di futuro di questa città.» Ali, ventenne pakistano giunto da tre settimane dopo un lungo viaggio a piedi e in barca attraverso otto paesi, racconta la sua speranza: «Ho attraversato otto Paesi per giungere in Italia: Afganistan, Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Bosnia, Croazia, Slovenia e poi Italia. Ho fatto tanti chilometri a piedi, in bus, in barca, con il treno. Ho passato in tutto 8 mesi in varie carceri perché ero senza documenti. Sono a Terni da tre settimane e sento che qui c’è un futuro per me. Alla Scuola ho conosciuto ragazzi come me, che ora hanno i documenti e lavorano. Mia madre, quando ho raccontato come vivo qui, dopo tanta strada, mi ha detto di non andarmene mai via e di restare sempre vicino agli “uomini di Dio”, così chiama i volontari di Santa Croce che mi hanno aiutato con la Scuola, per i documenti e per tante altre cose…»
Anche Kumar, indiano che lavora nei campi, ha trovato nella scuola un luogo di condivisione: «La Scuola mi ha fatto capire molte cose. All’inizio frequentavo solo i miei connazionali, ero spaventato e diffidente. Ma qui impariamo che stare insieme in tanti, persone di Paesi, culture e religioni diverse, è una grande opportunità. Fra una lezione e l’altra ci diciamo cose importanti: i nostri sogni, la forza che ci spinge a non chiuderli in un cassetto ma a dargli ossigeno e futuro mettendoli nelle mani di Dio, la strada fatta per arrivare fin qui in Italia e quella ancora da fare, lunga e piena di ostacoli, ma che non fa paura se fatta assieme. Siamo diversi fra noi ma le parole che descrivono le nostre speranze sono simili: pace, solidarietà, fiducia nella possibilità di diventare uomini e donne migliori se uniti in una fraternità senza confini, senza lasciare indietro chi è più in difficoltà.»


