di Marco Vinicio Guasticchi*
PERUGIA – Esistono tragedie che occupano per mesi le prime pagine dei giornali e dominano il dibattito pubblico. E poi esistono tragedie altrettanto drammatiche che, dopo qualche settimana di attenzione, scompaiono dai radar dell’informazione e della politica internazionale. La condizione delle donne afghane appartiene purtroppo a questa seconda categoria.
Da quasi cinque anni l’Afghanistan è tornato nelle mani dei talebani. Da quasi cinque anni milioni di donne e ragazze assistono alla progressiva cancellazione della propria libertà. Non si tratta di una semplice limitazione dei diritti, ma di un vero e proprio processo di esclusione dalla vita sociale. L’istruzione viene negata, il lavoro limitato o proibito, la libertà di movimento sottoposta a vincoli sempre più rigidi. La donna viene relegata ai margini della società, privata dell’autonomia personale e ridotta a soggetto dipendente dal controllo maschile.
Eppure, nonostante la repressione, continuano a manifestare.
Scendono in strada sapendo che potrebbero essere arrestate. Alzano la voce sapendo che potrebbero essere picchiate. Rivendicano il diritto a vivere come esseri umani liberi pur conoscendo il prezzo che potrebbero pagare. Sono donne che non hanno eserciti alle spalle, non dispongono di protezioni internazionali, non possono contare su istituzioni democratiche. Hanno soltanto il loro coraggio.
E proprio per questo dovrebbero essere celebrate come simboli universali della lotta per la libertà.
Invece il loro sacrificio viene troppo spesso ignorato.
L’aspetto più inquietante di questa vicenda non riguarda soltanto la brutalità del regime talebano, che purtroppo nessuno può fingere di non conoscere. La vera questione è l’assuefazione dell’opinione pubblica occidentale. L’Afghanistan sembra essere diventato un problema lontano, una tragedia cronica alla quale il mondo si è lentamente abituato.
Quando nel 2021 le immagini dell’aeroporto di Kabul fecero il giro del pianeta, si parlò di emergenza umanitaria, di responsabilità politiche e di futuro delle donne afghane. Si promisero attenzione, sostegno e pressione diplomatica. Oggi quelle promesse sembrano appartenere a un’altra epoca.
Le telecamere si sono spente.
I titoli sono scomparsi.
Le manifestazioni sono finite.
Le donne afghane, invece, sono rimaste lì.
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio in questo atteggiamento. Le società occidentali amano presentarsi come campionesse dei diritti civili, dell’uguaglianza e dell’emancipazione femminile. Sono principi sacrosanti che meritano di essere difesi ogni giorno. Tuttavia, quando milioni di donne vengono private contemporaneamente del diritto allo studio, al lavoro e alla partecipazione pubblica, l’indignazione sembra improvvisamente perdere intensità.
Le piazze occidentali si mobilitano frequentemente per questioni geopolitiche, ambientali, sociali e identitarie. Si organizzano cortei, campagne mediatiche e raccolte firme. Tutto legittimo. Ma è impossibile non notare come la causa delle donne afghane raramente riesca a generare la stessa partecipazione collettiva.
Questo non significa che le altre battaglie siano meno importanti. Significa però che esiste una evidente sproporzione nell’attenzione dedicata alle diverse violazioni dei diritti umani.
Milioni di donne private dell’istruzione dovrebbero rappresentare uno scandalo permanente.
Milioni di donne escluse dalla vita pubblica dovrebbero provocare una mobilitazione costante.
Milioni di donne costrette a vivere sotto un regime che limita ogni aspetto della loro esistenza dovrebbero occupare quotidianamente le prime pagine.
E invece spesso prevale il silenzio.
Un silenzio che diventa ancora più assordante quando si osserva il comportamento di una parte del mondo culturale e politico che si definisce progressista. Molti movimenti dimostrano grande sensibilità verso le discriminazioni presenti nelle democrazie occidentali, ma sembrano molto più prudenti quando si tratta di denunciare con la stessa forza regimi che opprimono sistematicamente le donne.
Come se alcune vittime fossero più meritevoli di solidarietà di altre.
Come se alcuni diritti fossero negoziabili.
Come se la libertà femminile fosse un principio universale solo in determinate circostanze.
Naturalmente la politica internazionale è complessa. Nessuno immagina che una manifestazione a Roma, Parigi o Berlino possa cambiare da sola il destino dell’Afghanistan. Tuttavia la pressione dell’opinione pubblica conta. Conta perché influenza governi e istituzioni. Conta perché mantiene alta l’attenzione mediatica. Conta perché impedisce che l’ingiustizia venga normalizzata.
Ed è proprio la normalizzazione il rischio più grande.
Quando il mondo smette di indignarsi, i regimi autoritari vincono due volte. Vincono perché reprimono chi si oppone e vincono perché riescono a trasformare quella repressione in una realtà accettata, quasi inevitabile.
Le donne afghane stanno dimostrando una dignità straordinaria. Continuano a lottare quando sarebbe più semplice arrendersi. Continuano a parlare quando il silenzio garantirebbe maggiore sicurezza. Continuano a chiedere diritti che in gran parte del mondo vengono considerati scontati.
La loro battaglia non riguarda soltanto l’Afghanistan.
Riguarda il significato stesso della parola libertà.
Perché i diritti umani sono davvero universali solo se vengono difesi sempre, anche quando è scomodo, anche quando non fanno notizia, anche quando non portano consenso politico.
Se milioni di donne possono essere cancellate dalla vita pubblica senza provocare una mobilitazione globale permanente, allora il problema non riguarda soltanto i talebani. Riguarda anche la coscienza di un mondo che troppo spesso sceglie quali ingiustizie meritino attenzione e quali possano essere dimenticate.
E le donne afghane meritano di essere dimenticate meno di chiunque altro.
*ex presidente della Provincia di Perugia


