di Marco Vinicio Guasticchi*
PERUGIA – Pensavo che prima o poi avremmo visto contestare tutto. Ma non immaginavo che si sarebbe arrivati al punto di contestare perfino il 2 Giugno, la Festa della Repubblica. E invece eccoci qui: anche la ricorrenza che celebra la nascita della democrazia italiana è finita nel mirino di una certa intellighenzia militante che da anni guarda alle istituzioni nazionali con fastidio, quando non con aperta ostilità.
Alcuni professori universitari hanno scelto di polemizzare contro le celebrazioni organizzate in tutta Italia, contro le parate che vedono sfilare donne e uomini delle Forze Armate, delle Forze dell’Ordine, dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile, della sanità e di tutti quei corpi dello Stato che ogni giorno garantiscono sicurezza, soccorso e servizi ai cittadini.
La loro critica non è soltanto discutibile. È rivelatrice.
Rivelatrice di una cultura politica che considera degno di rispetto qualsiasi simbolo purché non sia italiano. Che esalta ogni forma di contestazione purché rivolta contro l’Occidente. Che trova sempre una giustificazione per chi attacca le democrazie liberali e sempre una condanna per chi le difende.
È la solita storia. La Costituzione viene citata come un testo sacro quando può essere utilizzata contro l’avversario politico, ma diventa improvvisamente un dettaglio trascurabile quando ricorda il valore delle istituzioni repubblicane, dell’unità nazionale e del rispetto reciproco. Alcuni articoli vengono recitati come un mantra, altri vengono sistematicamente ignorati.
Eppure il 2 Giugno non celebra un governo. Non celebra una maggioranza parlamentare. Non celebra una parte politica. Celebra la scelta compiuta dagli italiani nel 1946 di costruire una Repubblica democratica fondata sulla libertà, sul pluralismo e sulla sovranità popolare.
È una festa che appartiene a tutti.
O almeno dovrebbe.
Perché ciò che colpisce non è la critica in sé. In democrazia la critica è sempre legittima. Ciò che colpisce è il riflesso condizionato che porta alcuni ambienti culturali a schierarsi sistematicamente contro qualunque espressione dell’identità nazionale e delle istituzioni democratiche. Se sfilano i militari è militarismo. Se si celebra la Repubblica è nazionalismo. Se si rende omaggio ai servitori dello Stato è propaganda.
Nulla va bene.
Mai.
Perché il problema non è la parata. Il problema è la Repubblica stessa, o meglio ciò che essa rappresenta: una democrazia occidentale, liberale, imperfetta ma libera. Una democrazia che garantisce diritti persino a coloro che ogni giorno la delegittimano.
Ed è forse questa la contraddizione più evidente. Chi oggi può contestare pubblicamente il 2 Giugno lo può fare proprio grazie a quelle libertà che la Repubblica garantisce. Nessuno viene arrestato per le proprie opinioni. Nessuno viene censurato per il proprio dissenso. Nessuno viene perseguitato perché critica lo Stato. È il privilegio delle democrazie mature.
Ma il diritto di criticare non implica il diritto di riscrivere la realtà.
Le Forze Armate, i Vigili del Fuoco, il personale sanitario, i volontari della Protezione Civile non sono il simbolo di un regime. Sono cittadini che servono la collettività. Sono le persone che intervengono durante le alluvioni, i terremoti, gli incendi, le emergenze sanitarie. Sono coloro che molti invocano quando c’è bisogno di aiuto ma che diventano improvvisamente imbarazzanti quando sfilano sotto il Tricolore.
Questa ostilità permanente verso le istituzioni non produce pensiero critico. Produce soltanto sfiducia. E quando a diffonderla sono persone che hanno il compito di formare giovani menti, il problema diventa ancora più serio.
Un professore dovrebbe insegnare a ragionare, non a odiare. Dovrebbe spiegare la complessità della storia, non ridurla a una caricatura ideologica. Dovrebbe educare al confronto, non alimentare il pregiudizio.
Invece troppo spesso assistiamo all’atteggiamento opposto: tutto ciò che appartiene all’Occidente è colpevole fino a prova contraria, tutto ciò che lo combatte viene osservato con indulgenza, quando non con aperta simpatia.
È una forma di conformismo travestita da ribellione. Una posa ideologica che si presenta come coraggiosa ma che ormai è diventata prevedibile. Sempre gli stessi slogan. Sempre gli stessi bersagli. Sempre la stessa insofferenza verso i simboli democratici.
La verità è che il 2 Giugno continua a essere una giornata importante proprio perché ricorda che la libertà non nasce dal nulla. È il frutto di una storia, di sacrifici, di istituzioni costruite nel tempo e di cittadini che hanno creduto nella democrazia.
Chi trasforma questa ricorrenza in un’occasione di polemica dimostra di non aver compreso il significato più profondo della Repubblica.
O forse lo ha compreso benissimo.
Ed è proprio questo che gli dà fastidio.
*ex presidente della Provincia di Perugia

