Clai, la città-giardino perduta. Da Ridolfi e Frankl alla periferia nel cuore di Terni

«Si è cercato di far assomigliare il nuovo all’antico mentre si perdevano quei giardini, quelle soglie, quelle botteghe, quei percorsi e quegli abitanti che dell’antica città costituivano la vera struttura»

DI DANILO PIRRO

TERNI – La vicenda del quartiere Clai costituisce uno dei casi più significativi per comprendere la trasformazione del centro storico di Terni nella seconda metà del Novecento. Non è soltanto la storia di un piano urbanistico rimasto parzialmente inattuato, ma il confronto fra due concezioni profondamente diverse della città. Da una parte vi era l’idea elaborata da Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl di un centro storico capace di rinnovarsi senza perdere la propria struttura, nel quale l’antico e il moderno potessero convivere attraverso una trasformazione continua e non mimetica; dall’altra si è progressivamente affermata una modalità di risanamento che, pur ricostituendo in parte la morfologia del tessuto antico, ha finito spesso per privilegiare la continuità dell’immagine rispetto alla continuità della vita urbana.

Il Piano particolareggiato del Clai nasce direttamente dalla grande stagione del Piano regolatore generale elaborato da Ridolfi con Frankl. Quando il PRG divenne definitivamente vigente nell’autunno del 1967, le scelte relative alle parti consolidate del centro erano state rinviate alla redazione di specifici piani particolareggiati. Quello del Clai venne adottato una prima volta dal Consiglio comunale nel gennaio 1968, appena tre mesi dopo la definitiva entrata in vigore dello strumento generale. Il quartiere sul quale Ridolfi e Frankl intervenivano era di origine medievale, profondamente stratificato e ancora segnato sia dalle distruzioni belliche sia dalle radicali trasformazioni immaginate dal piano del 1937 e dal successivo Piano di ricostruzione. Il loro progetto non consisteva tuttavia nella conservazione integrale dell’esistente. La relazione ammetteva demolizioni per ragioni di traffico o di risanamento, prevedeva sostituzioni anche consistenti e, nel caso del rione Fabri, arrivava a ipotizzare una trasformazione radicale del tessuto per inserire un parcheggio multipiano interrato. Contemporaneamente, però, chiedeva di integrare le parti nuove con quelle antiche meglio conservate e di intervenire con particolare attenzione all’interno degli edifici.

Questa impostazione è fondamentale perché dimostra come Ridolfi e Frankl non intendessero il centro storico come un’immagine immobile da restaurare né, tanto meno, come un repertorio stilistico da riprodurre. L’antico non era per loro una forma da imitare, ma una struttura con la quale continuare a lavorare. Il Piano consentiva piccoli adattamenti e nuove aperture necessarie alla vita contemporanea, ma insisteva sulla conservazione delle strutture portanti e soprattutto dei muri maestri interni, considerati indispensabili anche per garantire l’integrità delle facciate. Ancora più significativa era l’attenzione dedicata ai retri degli edifici, perché proprio nelle parti rivolte verso l’interno degli isolati, spesso apparentemente più disordinate, emergevano secondo i progettisti frammenti appartenenti a epoche diverse. La relazione arrivava a immaginare che molte altre parti antiche sarebbero potute riaffiorare attraverso una sistematica «opera di protesi edilizia».

L’espressione è particolarmente efficace. Il quartiere veniva trattato come un organismo vivo: non un reperto da imbalsamare, ma un corpo sul quale intervenire, togliendo superfetazioni, ricucendo parti interrotte, inserendo elementi nuovi e facendo riemergere strutture più antiche. La modernizzazione non avrebbe quindi dovuto sostituire la città storica, ma continuare a costruirla. Era precisamente questa concezione della continuità, assai diversa dalla successiva imitazione stilistica dell’antico, a costituire uno dei caratteri più originali del progetto.

All’interno di questa strategia assumeva un ruolo decisivo il trattamento degli spazi racchiusi negli isolati. Cortili, aree retrostanti e giardini, spesso occupati nel tempo da costruzioni precarie, depositi e superfetazioni, avrebbero dovuto essere in parte liberati e, dove possibile, trasformati in spazi verdi pubblici o comunque collettivamente fruibili. Non erano più considerati semplicemente il retro privato degli edifici, ma diventavano una componente della struttura urbana. Alla città visibile delle strade e delle piazze si affiancava così una seconda trama, interna agli isolati, costituita da passaggi, androni, corti e piccoli giardini.

Il Piano del vicino quartiere Duomo, appartenente alla stessa ricerca, rende esplicito questo principio. Ridolfi, Frankl e Malagricci immaginavano una «doppia fruizione» del centro storico: da una parte quella tradizionale lungo il sistema viario antico, dall’altra una nuova rete interna agli isolati, trasformati in «un sistema di spazi pubblici connessi dagli androni dei palazzi». Clai e Duomo devono quindi essere letti insieme: non semplicemente due operazioni di risanamento, ma due tentativi di costruire una modalità alternativa di attraversamento e di uso del centro storico.

Era anche un modo moderno di affrontare il rapporto tra pedone e automobile. Il traffico carrabile rimaneva affidato soprattutto alla rete delle strade, mentre l’interno degli isolati poteva essere progressivamente sottratto alla pressione automobilistica e restituito al movimento pedonale. Si sarebbe potuto lasciare la strada, attraversare un androne, entrare in un giardino, raggiungere una corte, passare attraverso un altro edificio e ritornare infine sulla trama pubblica tradizionale. Non si trattava soltanto di aggiungere del verde, ma di costruire una città percorribile in maniera differente, nella quale la separazione fra traffico automobilistico e movimento a piedi diventava uno strumento per recuperare la dimensione umana del centro.

È proprio qui che il Clai può essere interpretato come una particolare forma di città-giardino costruita dentro la città storica. Non la garden city di Ebenezer Howard, estensiva e fondata sull’alternanza di case e grandi spazi verdi, ma quasi il suo rovesciamento: il verde che penetra nella città compatta e viene racchiuso dall’edificato. Le strade e le piazze continuavano a essere definite dai fronti delle case, mentre dietro di esse si sarebbe sviluppata una costellazione di piccoli giardini interni. Tante piccole Höfe, se vogliamo utilizzare un’immagine appartenente alla cultura urbana centroeuropea dalla quale proveniva Frankl: corti verdi protette dagli edifici, ma collegate al quartiere e almeno in alcuni casi aperte alla fruizione collettiva. Il termine Hof non compare naturalmente negli atti del Piano; è una categoria critica utile, tuttavia, per descrivere la struttura spaziale immaginata.

In questa lettura il Clai diventa una sorta di città-giardino introversa, quasi mediterranea, nella quale il tema dell’hortus conclusus viene reinterpretato in termini contemporanei. Non edifici disseminati nel verde, ma verde contenuto nella continuità minerale della città; non la distruzione degli isolati medievali, ma la scoperta degli spazi nascosti al loro interno. Il giardino non rappresentava un residuo tra un fabbricato e l’altro: diventava una vera stanza urbana, complementare alla piazza e alla strada.

A questa struttura spaziale corrispondeva un preciso progetto sociale. Ridolfi e Frankl definivano il Clai come «un tranquillo centro residenziale dove potrebbe essere svolta una attività artigianale artistica». La frase rivela che il quartiere non era pensato come una zona residenziale monofunzionale. Il centro storico doveva continuare ad accogliere abitazioni e contemporaneamente botteghe, laboratori e piccole attività. L’artigianato costituiva parte integrante della struttura urbana perché manteneva in rapporto il luogo dell’abitare e quello del lavoro. Il piano terra degli edifici rimaneva così una membrana attiva tra spazio privato e spazio pubblico, mentre la presenza quotidiana di artigiani, clienti e residenti garantiva quella continuità d’uso che aveva caratterizzato per generazioni il quartiere.

Proprio l’ambizione di questo modello ne rese però estremamente complessa l’attuazione. Per trasformare gli interni degli isolati in una rete di giardini e passaggi pubblici era necessario intervenire su una struttura proprietaria fortemente frammentata. Occorreva acquisire aree, espropriare giardini privati, coordinare proprietà diverse, demolire superfetazioni, ridefinire volumetrie e rendere compatibili gli interventi edilizi con l’apertura dei nuovi percorsi. La trasformazione prevista non poteva essere realizzata attraverso la semplice iniziativa dei singoli proprietari: presupponeva una forte capacità di regia pubblica, risorse finanziarie e un complesso processo di acquisizione fondiaria.

Le difficoltà legate proprio agli espropri dei giardini e degli spazi interni degli isolati furono una delle ragioni che portarono progressivamente all’abbandono dell’impianto originario. Il Piano ebbe una lunga vicenda amministrativa e rimase oggetto di elaborazione ancora negli anni successivi, ma nel corso degli anni Ottanta venne sostanzialmente accantonata la possibilità di realizzare integralmente quella seconda trama verde e pedonale che ne costituiva forse l’elemento più innovativo. Non fu quindi semplicemente rinviata una parte marginale del progetto: con la rinuncia all’acquisizione degli spazi interni veniva meno uno dei principi strutturali della città immaginata da Ridolfi e Frankl.

Si preferì progressivamente una soluzione urbanisticamente e amministrativamente più semplice, basata sul risanamento e sulla ricostruzione morfologica lungo i sedimi degli edifici esistenti. Il grande progetto di trasformazione degli interni degli isolati venne ridimensionato, mentre acquistò maggiore importanza la ricostituzione della forma esterna del tessuto. La stessa ricostruzione critica pubblicata in Mario Ridolfi. Tutte le opere osserva che la successiva riqualificazione del centro storico seguì «diversi criteri e metodologie, molto spesso antitetici» a quelli originariamente previsti e che nel Clai vennero sostanzialmente realizzate solo alcune delle ipotesi più suggestive, in particolare la ricostruzione morfologica della zona intorno alla piazza, adottando invece criteri più conservativi nel restante tessuto [Tutte le opere, 2021, p. 348].

È a questo punto che muta radicalmente il significato stesso della continuità tra antico e moderno. Per Ridolfi e Frankl continuità significava lavorare sulla struttura della città: riconoscere i sedimi, conservare le murature significative, introdurre nuovi edifici, modificare gli interni, aprire giardini, costruire passaggi, mantenere insieme abitazione, bottega e spazio pubblico. La continuità non richiedeva che il nuovo sembrasse antico. Al contrario, poteva essere pienamente contemporaneo purché appartenesse alla stessa struttura urbana.

Nella fase successiva il concetto tende invece a diventare prevalentemente morfologico e figurativo. La ricostruzione segue i sedimi preesistenti, ricostituisce il bordo della piazza e adotta progressivamente un linguaggio storicizzante fatto di archi, cornici, logge, cromatismi e articolazioni volumetriche che alludono alla città antica. Il risultato è una sorta di postmodernismo vernacolare nel quale il rapporto con la storia viene espresso soprattutto attraverso la facciata.

Nasce qui uno dei maggiori paradossi del nuovo Clai. Gli edifici possono apparire formalmente più «antichi» di quelli che avrebbero probabilmente realizzato Ridolfi e Frankl, ma comportarsi urbanisticamente in maniera molto meno tradizionale. Il problema non risiede tanto negli archi posticci, che possono essere giudicati più o meno convincenti dal punto di vista estetico, quanto nella progressiva separazione tra la facciata e il funzionamento reale dell’edificio.

Uno dei fenomeni più significativi è rappresentato dallo spostamento e dalla concentrazione degli ingressi. Nei nuovi organismi residenziali gli accessi alle abitazioni sono stati in diversi casi centralizzati e trasferiti verso i retri o all’interno dei complessi, mentre i fronti affacciati sulla piazza hanno assunto un carattere prevalentemente rappresentativo. La facciata può quindi riprodurre le scansioni, gli archi e le proporzioni attribuite alla città tradizionale, ma contemporaneamente perdere una delle caratteristiche fondamentali della città storica: la moltiplicazione delle soglie.

Il portone non è infatti un semplice elemento distributivo. È un fatto urbano. Ogni ingresso collega direttamente la casa alla strada; genera percorsi, presenze, incontri. La città tradizionale vive della continua successione di portoni, botteghe, finestre, laboratori e androni. Una facciata priva di ingressi effettivi, per quanto accuratamente storicizzata, rischia invece di diventare una quinta scenografica.

Nel Clai questo processo produce un rovesciamento quasi perfetto del progetto originario. Ridolfi e Frankl volevano portare lo spazio pubblico all’interno degli isolati; la trasformazione successiva ha finito per portare verso l’interno condominiale una parte delle relazioni che prima appartenevano alla piazza. Nel progetto originario alcune corti private sarebbero diventate giardini pubblici o collettivi. Nella configurazione successiva, al contrario, gli spazi interni sono diventati prevalentemente il luogo della distribuzione privata degli edifici, mentre la piazza ha perso una parte dei rapporti diretti con le abitazioni.

Da qui nasce quella che può essere definita una vera aberrazione urbanistica: la trasformazione della piazza pubblica in una sorta di grande corte condominiale. Naturalmente Piazza Clai rimane giuridicamente e materialmente uno spazio pubblico, ma il suo funzionamento tende ad assumere caratteri introversi. È circondata da edifici residenziali, ma questi non sempre le restituiscono la vita dei propri ingressi; le facciate la delimitano, ma molte delle relazioni quotidiane degli abitanti avvengono altrove. La piazza resta quindi formalmente al centro del quartiere mentre rischia di diventare periferica rispetto alla vita degli edifici che la circondano.

La differenza rispetto alla città storica è profonda. Tradizionalmente la corte appartiene all’edificio e la piazza alla comunità; nel Clai contemporaneo la corte condominiale assume il ruolo distributivo e relazionale dell’abitazione, mentre la piazza si impoverisce di soglie e attività. È esattamente il contrario della città aperta e permeabile immaginata da Ridolfi e Frankl.

A questo fenomeno si associa la trasformazione dei piani terra. Il Piano aveva esplicitamente immaginato la permanenza di attività artigianali e artistiche. Ma l’artigianato tradizionale richiede una struttura edilizia molto specifica: locali relativamente piccoli, numerosi, direttamente accessibili dalla strada e sostenibili economicamente da attività individuali o familiari. Le grandi superfici predisposte nei nuovi edifici hanno invece risposto a un diverso modello immobiliare e commerciale e non hanno favorito la ricostituzione di quel tessuto minuto di laboratori e botteghe che per lungo tempo aveva caratterizzato la zona.

La scomparsa dell’artigianato non è soltanto un dato economico. Una bottega artigiana costituisce un dispositivo urbano. Il lavoro è visibile dalla strada, la porta rimane aperta, entrano clienti, si creano relazioni, il titolare conosce il quartiere e il quartiere riconosce il suo laboratorio. L’attività produttiva diventa parte del paesaggio umano della strada. Quando questa rete scompare e viene sostituita da grandi superfici chiuse, sottoutilizzate o incapaci di ospitare la piccola economia locale, il piano terra smette progressivamente di costruire spazio pubblico. Il Clai ha così perso non solo le botteghe ma una parte della cultura urbana che quelle botteghe rappresentavano. La città storica non era viva perché le sue facciate possedevano un determinato stile, ma perché dietro quelle facciate si abitava, si lavorava, si commerciava e si incontravano quotidianamente altre persone.

Il processo è stato ulteriormente accentuato dallo spostamento di una parte consistente della popolazione storica verso altre zone della città. Questo fenomeno ha prodotto una trasformazione forse ancora più profonda di quella architettonica, perché ha interrotto la continuità antropologica del quartiere. Un centro storico non è costituito soltanto da una stratificazione di muri. È anche una stratificazione di persone. Generazioni che abitano gli stessi luoghi accumulano conoscenze, racconti, nomi, abitudini, relazioni di vicinato, memorie familiari e modi specifici di utilizzare gli spazi. La dispersione degli abitanti determina quindi una perdita che nessun restauro delle facciate può compensare. Un edificio può essere ricostruito, un sedime recuperato, un arco riprodotto; non è possibile invece riprodurre artificialmente la continuità di una comunità sedimentata attraverso generazioni. Con la popolazione storica scompare progressivamente anche una geografia invisibile fatta di memoria, appartenenza e riconoscimento reciproco.

È qui che la vicenda del Clai diventa emblematica di un fenomeno più generale: la periferizzazione del centro. La periferia non coincide necessariamente con la distanza geografica. Può nascere anche nel cuore della città quando vengono meno la mescolanza delle funzioni, la densità delle soglie, la presenza delle botteghe, la continuità degli abitanti e l’uso quotidiano dello spazio pubblico. Un quartiere può essere centralissimo nella carta topografica e contemporaneamente diventare periferico nella struttura sociale della città.

Il Clai progettato da Ridolfi e Frankl mirava precisamente al contrario. Doveva essere un «tranquillo centro residenziale», ma non un dormitorio; avrebbe dovuto mantenere attività artigianali, ma senza perdere la propria funzione abitativa; sarebbe rimasto antico senza essere musealizzato e sarebbe diventato moderno senza cancellare la propria storia. Soprattutto, avrebbe dovuto costruire una nuova relazione fra spazio pubblico e verde: le automobili lungo la rete carrabile, i pedoni dentro gli isolati, le piazze come luoghi dell’incontro generale e le piccole Höfe come stanze verdi distribuite all’interno della città.

Era una vera e propria città-giardino nel cuore del centro storico. Non una utopia suburbana ma una strategia di rigenerazione della città compatta, capace di trasformare i vuoti residuali in giardini e di rendere pubblico ciò che fino ad allora era rimasto nascosto dietro le facciate.

Le difficoltà degli espropri resero quel modello troppo complesso da realizzare integralmente. La scelta successiva di mantenere maggiormente i sedimi esistenti e di procedere attraverso il risanamento e la ricostruzione morfologica fu certamente più semplice, più compatibile con la struttura proprietaria e più facilmente attuabile. Ma insieme alle difficoltà furono eliminate anche alcune delle qualità più radicali del progetto: la permeabilità degli isolati, la rete pedonale interna, la costellazione dei giardini pubblici e la possibilità di costruire una seconda città verde dietro la città delle facciate.

Il risultato finale permette di cogliere una differenza fondamentale tra continuità storica e storicismo. Ridolfi e Frankl cercavano la prima. Una città poteva trasformarsi radicalmente e rimanere se stessa perché manteneva relazioni, percorsi, attività, strutture e memoria. Il postmodernismo che ha caratterizzato una parte delle successive ricostruzioni ha invece spesso cercato la somiglianza: archi, colori, facciate, cornici e forme capaci di evocare il passato. Ma una città non continua a essere storica perché assomiglia al passato.

Il Clai dimostra anzi il contrario: si può costruire un edificio apparentemente antico e produrre un modo di abitare del tutto estraneo alla città tradizionale; si può ricostruire una piazza e privarla delle soglie che la rendevano viva; si può riproporre il sedime di un isolato e cancellarne la complessità sociale; si può restaurare la forma del centro e contemporaneamente produrne la periferizzazione.

È forse questa la lezione più importante della vicenda. Il patrimonio urbano non è costituito soltanto da edifici. Comprende i giardini e i vuoti, i passaggi e gli androni, le botteghe, le porte, le attività, gli abitanti e soprattutto le relazioni che si instaurano tra tutti questi elementi. Ridolfi e Frankl avevano intuito che la continuità fra antico e moderno poteva essere costruita soltanto lavorando su questo insieme.

Il Clai attuale racconta invece, almeno in parte, la storia di una possibilità perduta: da una città-giardino fatta di piccole Höfe e percorsi pedonali a una città prevalentemente ricostruita sui propri sedimi; dalla continuità dell’antico con il moderno alla citazione postmoderna dell’antico; dalla bottega alla grande superficie; dalla molteplicità degli ingressi alla loro centralizzazione; dalla piazza come luogo dell’incontro alla piazza come corte; dalla memoria vissuta alla rappresentazione della memoria. È attraverso questa successione, più ancora che attraverso il giudizio sulle singole architetture, che si può comprendere come un quartiere posto nel cuore di Terni abbia progressivamente perso una parte della propria centralità e della propria identità storica.

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