La grande illusione del Pnrr: così abbiamo barattato il futuro per un pugno di chilometri di asfalto

Il commento di Guasticchi

Marco Vinicio Guasticchi*

PERUGIA – Nei palazzi della politica e nei comunicati stampa istituzionali continua a risuonare un mantra trionfalistico: “Abbiamo a disposizione centinaia di miliardi di euro”. Una pioggia indescrivibile di denaro europeo calata dall’alto che avrebbe dovuto rigenerare il Paese, colmare i divari territoriali, modernizzare il tessuto economico e offrire un orizzonte alle nuove generazioni. Ma basta uscire dai palazzi della propaganda e fare un giro reale nei nostri territori per accorgersi di come la montagna del PNRR stia partorendo il più classico, grottesco e amaro dei topolini.
Quella che doveva essere un’occasione storica di rilancio per i Comuni italiani si sta trasformando, giorno dopo giorno, nel monumento all’improvvisazione e alla mancanza di visione. Tanti, troppi milioni sono stati presi a prestito dall’Europa — ed è bene ricordarlo sempre, a scanso di equivoci: quei soldi non sono un regalo a fondo perduto, sono un debito che ripagheranno i nostri figli — per essere polverizzati in un milleproroghe di piccoli progetti di facciata. 
La diagnosi è spietata. Di fronte all’imponenza delle risorse, le nostre istituzioni e i nostri enti locali si sono fatti trovare clamorosamente impreparati. Vent’anni di blocchi del turn-over, impoverimento degli uffici tecnici e svuotamento delle competenze amministrative hanno presentato un conto salatissimo nel momento peggiore. Quando da Bruxelles e da Roma è arrivato il via libera, unito alla ghigliottina di scadenze temporali stringenti e perentorie, il panico ha sostituito la pianificazione.
Cosa fa un Comune che non ha nei cassetti un progetto complesso, strutturato e cantierabile sui servizi essenziali? Semplice: ripesca quello che ha, pur di non perdere il finanziamento. Ed è così che la fretta cieca ha dato priorità assoluta alla cosmetica urbana anziché alle strutture strategiche di cui le comunità hanno un disperato e quotidiano bisogno.
Mentre gli acquedotti comunali continuano a perdere oltre il 40% del flusso d’acqua potabile lungo la rete — un’aberrazione in piena transizione ecologica —, gli enti locali aprono cantieri per chilometri di piste ciclabili deserte o fuori contesto. Mentre gli edifici scolastici restano in gran parte privi di certificati di agibilità e gli ospedali di provincia affondano nella carenza di personale e di spazi adeguati, i sindaci tagliano i nastri per la riqualificazione di bocciodromi, campetti di padel o ponti pedonali dal valore puramente estetico.
Sia chiaro: non si tratta di essere contrari allo sport o alla mobilità dolce. Ma esiste un principio elementare di gerarchia dei bisogni che qualsiasi buon padre di famiglia applica ogni giorno: se il tetto di casa crolla e le tubature perdono, non si comprano le tende nuove in seta. I nostri Comuni hanno invece preferito mettere le tende eleganti a una casa che sta cadendo a pezzi.
Il risultato finale di questa corsa affannosa sarà drammaticamente paradossale. Tra qualche anno ci ritroveremo con due pesanti eredità: da un lato, le grandi emergenze strutturali (acqua, edilizia scolastica, sanità territoriale) lasciate sostanzialmente irrisolte o affrontate solo superficialmente; dall’altro, una miriade di micro-infrastrutture secondarie di cui non avevamo reale bisogno, ma che ora dovremo mantenere a spese dei bilanci comunali. Con il beffardo dettaglio che il conto del debito europeo andrà staccato puntualmente.
Abbiamo scambiato la “spesa” con lo “sviluppo”, la fretta con la visione, la rigenerazione urbana con la tinteggiatura della facciata. Il PNRR doveva essere la leva per ricostruire la spina dorsale del Paese; rischia invece di passare alla storia come l’ennesima abbuffata di opere pubbliche a basso impatto, la più grande occasione perduta dal dopoguerra a oggi.

*già presidente della Provincia di Perugia

Trasimeno. «A -191 centimetri il tempo delle chiacchiere è scaduto»

Vendemmia in Umbria, la raccolta parte in anticipo: «Uve sane, ma la siccità pesa sulla resa»