Il caro energia di Ast problema per il Bel Paese

Dopo la chiusura dell’area a caldo di Taranto, l’Italia non si può permettere di perdere Terni

TERNI – Il grido di allarme lanciato dal Gruppo Arvedi sul caro energia, non è un problema solo di Terni. Di mezzo c’è lo sfruttamento della centrale idroelettrica di Galleto, ma l’emergenza è nazionale. Dopo la chiusura dei forni di Taranto ad opera della magistratura, Terni è uno dei pochissimi siti italiani dove si fa fusione siderurgica. Ed è uno dei pochissimi siti italiani in cui il ciclo dell’acciaio è completo,  dove l’apporto dei semilavorati è minimale e dove l’acciaio è tornato ad essere strategico per l’Europa, non solo nell’edilizia avanzata ma anche nelle produzioni militari. L’Italia dunque non può  perdere la produzione ternana. Un sito industriale, quello di viale Brin, che a differenza di Taranto, nel corso degli anni ha visto importantissimi investimenti che lo hanno reso innovativo ed ecosostenibili. Per tutto questo, quando l’ad, Dimitri Menacali, lancia il grido d’allarme, le parole sono indirizzate sia alle Regione dell’Umbria che al Governo centrale, e questo lo ha capito anche il Mimit. Il ministro Urso, infatti, dopo l’uscita pubblica del Gruppo Avedi si è affrettato a convocare un tavolo fare il punto sull’attuazione degli impegni previsti dall’Accordo di programma e sulle prospettive industriali dello stabilimento. Al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, alle ore 11 del 28 settembre, ci sarà il Comitato esecutivo dei sottoscrittori dell’Accordo di Programma sottoscritto nel 2025.

«La riunione sarà dedicata a fare il punto sull’attuazione degli impegni previsti dall’Accordo e sulle prospettive industriali dello stabilimento. In particolare – la nota del Mimit –  il tavolo avvierà il monitoraggio dell’andamento del piano industriale e del piano occupazionale: stato di avanzamento degli investimenti e rispetto del relativo cronoprogramma, andamento dei volumi produttivi, livelli occupazionali e percorsi di formazione e riqualificazione del personale. Il confronto si concentrerà inoltre sulla competitività dello stabilimento, con specifico riferimento ai costi dell’energia e agli impegni e agli strumenti previsti dall’Accordo, nell’ambito delle rispettive competenze delle Parti.»

Ma inevitabilmente, oltra a fare il bilancio sugli investimenti in corso per ammodernare gli impianti, verrà  trattato del caro energia. La produzione italiana dell’acciaio, non può continuare a sostenere costi che sono sei volte superiori a quelli di Francia e Germania. Nell’immediato c’è la leva fiscale. Nel medio periodo, la concessione di Galleto (scade nel 2029). Nella lunga prospettiva c’è il ritorno al nucleare con gli impianti di nuova generazione.

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