La resa dello Stato al “dispiacere”: quando la tutela delle donne si ferma sulla soglia di una toga

DI EMANUELA MORI*

PERUGIA – C’è un momento esatto in cui le battaglie di civiltà, decenni di lotte e la retorica sulle «donne da proteggere» si infrangono brutalmente contro la realtà. Quel momento si è consumato a Torino, in un minimarket di periferia, dove una ragazzina di appena tredici anni è stata abusata da un commerciante. Non un fraintendimento, non un’illazione: una violenza documentata dagli impianti di videosorveglianza, che peraltro hanno immortalato la medesima condotta ai danni di un’altra donna soltanto quaranta minuti prima. Di fronte a un quadro accusatorio nitido e a un reato gravissimo, le forze dell’ordine e la procura hanno fatto il proprio dovere, chiedendo la custodia in carcere per sventare il pericolo di reiterazione. Poi, però, entra in scena la discrezionalità della magistratura, e la catena di protezione si spezza in quarantotto ore. Il Giudice per le Indagini Preliminari ha deciso che il carcere non serviva. La motivazione? L’indagato si è detto «dispiaciuto», si è mostrato «resipiscente» e la scossa dell’arresto avrebbe sortito un sufficiente effetto deterrente. È il trionfo del cortocircuito giuridico e culturale. Si finisce per trasformare il processo penale in un palcoscenico per valutazioni psicologiche a buon mercato, dove basta pronunciare due parole di circostanza per derubricare la violenza a un incidente di percorso. Chi garantisce che quel «dispiacere» non sia un banalissimo calcolo processuale, suggerito per evitare la cella? Su quali basi scientifiche o giuridiche si può sostenere che un uomo capace di aggredire due donne nell’arco di un’ora sia improvvisamente innocuo solo perché manifesta un maldestro pentimento? Liberare un aggressore con la sola misura dell’obbligo di firma significa mandare un messaggio devastante al Paese. Alle vittime si dice che la loro sofferenza e la loro sicurezza valgono meno della condotta processuale di chi le ha violate. Agli aggressori si comunica che la giustizia italiana ha maglie così larghe da premiare la finzione scenica. Non è una questione di giustizialismo, ma di credibilità delle istituzioni. Se le leggi approvate per inasprire le pene e proteggere le donne vengono svuotate di senso da decisioni che sanno di surreale, la fiducia della cittadinanza nel sistema giudiziario crolla inevitabilmente. Quando la valutazione della pericolosità sociale si riduce alla percezione soggettiva del «pentimento», la tutela della vita e dell’incolumità femminile smette di essere un diritto garantito per diventare una lotteria.

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