Inflazione, che fare?

L’analisi di Angelo Drusiani

di Angelo Drusiani

PERUGIA – I flussi di denaro che hanno caratterizzato le scelte degli investitori mondiali in quest’ultima settimana parlano con estrema chiarezza. Poco più di 46 miliardi di dollari hanno traslocato dai depositi bancari ai mercati azionari. Privilegiando, come spesso accade, i listini di New York.

Molti valori di scambio delle azioni più interessanti, che fanno riferimento in particolare al comparto tecnologico a stelle e strisce, ha perso sensibilmente terreno negli ultimi mesi, nonostante bilanci aziendali e prospettive di crescita siano ancora di livello molto alto. E, soprattutto, la conferma di bilanci che evidenziano utili costantemente crescenti.
Qual è la ragione che ha indotto una consistente parte di investitori a ridurre, nei mesi scorsi, la loro presenza nel comparto azionario. Senza, peraltro, che la ricchezza investita finisse nel comparto obbligazionario, ma, come si è indicato poco sopra, nei depositi del sistema bancario, inteso in senso lato.
Il motivo di fondo va ricercato nell’avvicinarsi della fine dell’attuale pandemia, o quanto meno questa dovrebbe essere la prospettiva. Alla luce di questa ipotesi, i produttori di materie prime hanno incrementato i prezzi di vendita delle materie prime stesse in misura rilevante. Come mai si era verificato, negli ultimi anni.
L’aumento dei costi di approvvigionamento ha costretto le aziende ad incrementare immediatamente i prezzi di vendita, che, a cascata, hanno incrementato i prezzi al dettaglio di gran parte dei prodotti destinati ai consumatori finali.
Inflazione crescente, ovvero prezzi sempre più in alto: qual è il rischio reale? Il calo degli acquisti dei consumatori, con ravvicinate ripercussioni sulla produzione e, in ultima analisi, con revisione quasi immediata delle prospettive di crescita delle economie del globo.
La medicina esiste, peraltro. Ed è l’aumento dei tassi delle Banche Centrali. A tassi crescenti, il costo del denaro, gli interessi che le aziende pagano alle Banche che li finanziano, aumenta sensibilmente e, per ottenere gli stessi ricavi, i produttori devono proporre prezzi crescenti ai consumatori. Con il rischio che essi riducano gli acquisti a soddisfare i bisogni primari. Mancano le spese voluttuarie, l’economia non solo soffre, ma rischia di bloccarsi.
Ecco che le Banche Centrali, quella del Regno Unito è già intervenuta per due volte ad aumentare il tasso di riferimento, cercano di frenare la produzione di beni, facendo salire il costo del denaro. A questo punto, le aziende produttrici, temendo di non vendere le proprie merci, frenano la produzione stessa o, nel caso, riducono i prezzi di vendita. Fino a che, naturalmente, non si trovino a vendere in perdita.
Sul fronte opposto, quello dei consumatori, a fronte di un aumento dei prezzi, se non si assiste ad un rialzo dei salari, la voglia di spendere resta, ma indirizzata solo ai beni, il cui fascino supera ogni ostacolo. Ma la casistica, in questo campo, è relativamente ristretta.
Solo negli Stati Uniti, peraltro, a fronte di un aumento del tasso d’inflazione, salgono in parte anche i salari. Nel vecchio continente analoga situazione non si verifica.
Spesso, ma non sempre, a fronte di tassi della Banca Centrale crescenti corrisponde un aumento del valore della moneta del Paese stesso. Situazione foriera di problemi. Il primo fa riferimento al possibile calo delle esportazioni, con riflessi negativi sull’attività economica. L’altro è il peso che ha sui debitori internazionali nei confronti del Paese che ha alzato i tassi, perché i debitori stessi potrebbero non essere più in grado di soddisfare i propri impegni.
Queste ragioni, di solito, inducono le Banche Centrali ad incrementi rapidi, ma di durata possibilmente breve. Con l’obiettivo di frenare la produzione, la domanda dei consumatori, i prezzi al dettaglio. Non vi sono garanzie di successo, naturalmente.
Lo si vede già ora: i rendimenti dei titoli obbligazionari salgono sia nella parte breve della curva, scadenze biennali, sia in quella lunga, scadenze decennali. Con inevitabili cali dei valori di scambio. Più marcati, generalmente, per le scadenze da decennali in avanti. Ad un rialzo di un punto dei tassi di mercato, corrisponde un calo del valore di scambio del titolo con durata decennali di circa otto punti.
Non a caso, il comparto obbligazionario sta soffrendo vendite generalizzate, addirittura in misura superiore a quanto si è verificato in quello azionario.
Come dire, anche a fronte di una situazione difficile, complessa, con la prospettiva che la Federal Reserve possa aumentare il tasso di riferimento ben sopra il livello dell’1% entro fine anno, a medio termine le aziende dovrebbero riproporre i risultati evidenziati negli scorsi anni.
Investendo su eventuali ulteriori cadute delle quotazioni di aziende del sistema bancario e delle aziende tecnologiche, i ritorni, nel corso dei mesi futuri, non ravvicinati, potrebbero essere favorevoli. Investendo con gradualità, al fine di fissare un prezzo medio di carico sensibilmente inferiore a quello dei mesi passati, ma che, in vista di un futuro che dovrebbe tornare positivo, potrebbe essere inferiore anche alle quotazioni future.

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