di Marco Vinicio Guasticchi*
PERUGIA – Ogni volta che un minorenne si rende protagonista di un omicidio, di una rapina brutale o di una violenza di gruppo, l’opinione pubblica reagisce con sgomento. Non solo per la gravità del fatto, ma perché a colpire è l’età di chi commette certi crimini. Ragazzi giovanissimi che agiscono con ferocia, spesso senza apparente motivo, alimentano una domanda inevitabile: siamo di fronte al fallimento educativo della società oppure a un sistema giudiziario troppo indulgente?
La risposta probabilmente sta nel mezzo. Negli ultimi anni è cresciuta la percezione di una criminalità minorile più aggressiva, impulsiva e spettacolarizzata. Le bande giovanili cercano visibilità, potere e appartenenza. I social network amplificano il fenomeno trasformando la violenza in esibizione, mentre il rispetto per l’autorità familiare, scolastica e istituzionale appare sempre più debole. In molti contesti manca un vero presidio educativo: famiglie assenti o incapaci di imporre regole, scuole lasciate sole e quartieri dove il degrado sociale favorisce il reclutamento criminale.
Ridurre tutto alla “cultura decadente”, però, sarebbe troppo semplice. Dietro molti percorsi devianti esistono povertà educativa, disagio psicologico, emarginazione e assenza di prospettive. Un adolescente che cresce senza riferimenti solidi, senza limiti e senza opportunità è più vulnerabile alla logica del branco e alla fascinazione della violenza. Questo non significa giustificare i reati, ma comprendere che il problema nasce molto prima dell’intervento della magistratura.
Allo stesso tempo è comprensibile la crescente sfiducia verso la giustizia minorile. Molti cittadini hanno l’impressione che anche davanti a delitti gravissimi i colpevoli ricevano pene lievi o misure percepite come simboliche. Il sistema italiano si fonda sul principio che il minore sia una persona ancora in formazione e quindi recuperabile. Per questo la finalità rieducativa prevale su quella puramente punitiva. È un principio civile e condivisibile, ma entra in crisi quando si confronta con episodi di estrema violenza.
Un ragazzo che uccide volontariamente, tortura o partecipa a aggressioni efferate non può cavarsela con una semplice “tirata di orecchie”. In questi casi lo Stato deve dare una risposta chiara, sia per tutelare la società sia per rispetto verso le vittime. Tuttavia irrigidire le pene senza costruire veri percorsi di recupero rischia di essere inutile. Il carcere, da solo, non trasforma automaticamente un giovane violento in un cittadino responsabile.
La soluzione non dovrebbe essere l’abbandono della giustizia minorile, ma il suo rafforzamento. Servono interventi più rapidi, controlli effettivi, comunità educative severe ma funzionali, sostegno psicologico obbligatorio, percorsi scolastici e professionali concreti. Nei casi più gravi è giusto prevedere misure restrittive più lunghe e una valutazione seria della pericolosità sociale prima del reinserimento.
La vera sfida è trovare un equilibrio tra comprensione e responsabilità. Una società che giustifica sempre produce impunità; una società che punisce soltanto produce altra rabbia. Per combattere davvero la criminalità giovanile servono famiglie presenti, scuole autorevoli, istituzioni credibili e una giustizia capace di educare senza rinunciare alla fermezza. Solo così si può evitare che ragazzi sempre più giovani scivolino nella violenza trasformando il disagio in criminalità.
*ex presidente della Provincia di Perugia


