[Cosa vuoi fare da grande?]

da una nostra contributor

Non esiste bambino al quale non sia stato chiesto: «Cosa vorresti fare da grande?». Come tradizione vuole, in tanti abbiamo immaginato di diventare ballerine, poliziotti, astronauti, vigili del fuoco, dottore, infermiera ma anche maestra, cuoca, scienziato e tanto altro ancora. Poi, crescendo, la fantasia viene sostituita dalle scelte che vengono fatte in età nelle quali la consapevolezza non è sempre la dote più espressa, per cui s’intraprendono cammini formativi che seguono percorsi più o meno tortuosi. A un certo punto gli studi terminano e allora inizia la ricerca… sì ma di cosa? Siamo ancora guidati dalle nostre fantasie? Fino a una certa età incentiviamo i bambini a usare l’immaginazione, a sognare il futuro, ma un bel giorno, con un colpo di spugna, tutto viene cancellato e i sogni sostituiti dalle necessità.

Nel 1954 Maslow definisce la teoria gerarchia dei bisogni, una piramide alla cui base troviamo quelli primari come la conservazione di sé e della specie e poi quelli della sicurezza. In sostanza abbiamo bisogno di cibo, di un riparo, di riprodurci, di protezione, di cure. E già averli soddisfatti tutti rappresenta un ottimo risultato. Poi c’è dell’altro? Sì, ci sarebbero i bisogni secondari, quelli legati all’appartenenza, alla stima, all’autorealizzazione. Prima di potermi chiedere se mi sento realizzato, devo aver mangiato, aver un luogo dove vivere e sentirmi al sicuro. Non è obbligatorio arrivare all’apice ma auspicabile sì.

Quanto spazio esiste ancora nella nostra vita per sognare? Quanti bisogni sono davvero nostri e quanti autoindotti da un sistema consumistico che ci vede come numeri utili al raggiungimento di budget aziendali? Quando troviamo il tempo o l’energia per chiederci come stiamo, cosa proviamo? Cosa ci direbbe oggi quel bambino che avevamo interrogato sul suo futuro, vedendo gli adulti che siamo diventati? Quanto abbiamo bisogno di stare all’interno di certe strutture, dove non ci assumiamo la responsabilità di agire la nostra creatività, non necessariamente per diventare scienziati ma per dare al mondo quello che di meglio abbiamo da esprimere, la nostra unica e inconfondibile nota? Qualunque mestiere o professione decidiamo di intraprendere, la motivazione che la supporta fa la differenza e non sempre l’aspetto economico è prevalente.

Ciascuna professione che ci rende soddisfatti del nostro agire, che ci fa sentire parte attiva di un processo nel quale abbiamo la possibilità di migliorarci, di farci sentire anche utili alla comunità, di individuare degli obiettivi concreti e magari etici e raggiungibili, contiene già tutte le caratteristiche che possono sostenere la motivazione. Se poi è in risonanza con le nostre passioni, se quando la svolgiamo non percepiamo il passare del tempo, se ci fa vivere con piacere la ripetitività della routine quotidiana, allora abbiamo proprio fatto centro, anche se non indossiamo  le scarpette con le punte di gesso o il mantello di un supereroe. Qualora invece alle domande poste sopra, non troviamo risposte soddisfacenti, dobbiamo almeno provare a ipotizzare soluzioni diverse.

Come disse Einstein: «Stupidità significa fare e rifare la stessa cosa aspettandosi risultati diversi», ma dato che nell’uomo sono insiti non solo una grande capacità di adattamento, ma anche quella di trovare soluzioni inaspettate, iniziare a farsi delle domande è già l’inizio di un cambiamento, per l’azione ne parleremo più avanti…

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