POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | La regione, ancora arancione, è in piena fase 3, ma anche nella reazione sanitaria, che regge sia nelle strutture sanitarie che sul territorio al numero di casi elevati con altrettanti guariti (se non di più, come nell’ultimo bollettino). Pesa anche lo screening nelle scuole
di Marco Brunacci
PERUGIA – L’Rt stavolta non è una condanna per l’Umbria, proprio adesso che il livello die contagi sta arrivando a livelli preoccupanti. L’ultimo rilevamento dà l’Umbria all’1,19, quindi a un passo ma non sopra l’1,25 che farebbe scendere la regione da arancione a rossa. Il rischio è elevato, segnalano già da giorni le autorità sanitarie nazionali, ma non supera la soglia di attenzione.
I 200 casi nuovi ogni 100mila abitanti delle ultime tre settimane non solo si confermano ma puntano ancore più verso l’alto. Il livello dei tamponi è comunque sempre elevato, i ricoveri hanno avuto un solo repentino balzo, ma senza avere contraccolpi rilevanti sulle terapie intensive (attualmente a quota 49).
Come dire: salvo sorprese, che sarebbero però clamorose, si dovrebbe evitare la zona rossa per il prossimo week end e a seguire anche se la catena di contagio che è partita a Natale, con le visite agli anziani, anche nelle strutture dedicate, e che ha innestato fenomeni a catena – che finora erano stati evitati – in tante Residenze per anziani e distretti sanitari frequentati da anziani, può ancora avere conseguenze per ulteriori restrizioni.
Il risultato importante, nel senso del mantenimento della zona arancione, è arrivato dall’ultimo bollettino: i guariti comunque continuano a essere in linea con i nuovi casi. E addirittura in numero maggiore, portando il numero degli attualmente positivi ad arretrare. I cinquemila attuali contagiati sono per tanti per una regione piccola come l’Umbria e devono diminuire.
Tre le note positive: il tasso di positività (casi positivi rispetto a tamponi) non è mai stato allarmante, anche se ormai da giorni supera la media nazionale. Il tasso di letalità infine è sempre tra i meno pesanti d’Italia, segno che la risposta, in termine di cure, da parte della sanità umbra è all’altezza della sfida.
A questo va aggiunto che qui siamo in piena fase 3. Come segnalato a inizio del mese da City journal, il contagio aveva cambiato passo. Come pure, però, l’allerta delle strutture sanitarie che stanno reagendo per quel che si può di fronte a un virus che dimostra ogni giorno di più di essere determinato a raggiungere il suo nefasto obiettivo. Per citare ancora una volta la professoressa Romani, immunologa: «Non pensiamo di trovare scorciatoie, il virus fa il suo tremendo mestiere», ha sempre ammonito.
L’unica arma è quella dei vaccini ma i pasticci che sono stati combinati dall’Europa, con Italia dentro, passeranno alla storia come una pagina buia di insipienza e pressappochismo. E comunque qualcosa di meglio non può non succedere. Nel campo della cura e dell’immunità, per il breve periodo almeno, ci sono anche gli anticorpi monoclonali, che si producono in Italia (e altri ne arriveranno ancora). Ma tra virologi appassionati di mascherine, sceneggiati tv e lockdown da parata e autorità sanitarie costituite da scienziati-sommelier, che in presenza di una tragica realtà pensano di agire in tempi normali, anche qui ritardi sono da mettere in preventivo.
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