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Gli Usa e l’onda lunga sulla Bce contro la febbre da inflazione: pronti alla stretta creditizia?

L’analisi di Angelo Drusiani

di Angelo Drusiani

PERUGIA – A soli sette giorni dalla decisione con cui la Banca Centrale degli Stati Uniti ha aumentato il tasso di riferimento all’1 per cento, mercati di nuovo sotto pressione. Qualcuno direbbe col fiato sospeso. E perché no: l’attesa era davvero tanta. Perché mercoledì scorso, l’11 maggio, un laconico comunicato ha infornato il mondo finanziario, e non solo, che il costo della vita a stelle e strisce era aumentato “solo” dell’8,3%. In leggero calo dall’8,5 per cento rilevato il mese precedente. In realtà, i previsori avevano ipotizzato una riduzione leggermente più corposa ed un dato di inflazione per aprile scorso pari all’8,1%. Previsione forse troppo ottimistica, dal momento che l’incremento del tasso di riferimento più significativo era di una sola settimana precedente.

In effetti, nell’immediato, i listini azionari, sulle due sponde dell’Atlantico, hanno inizialmente reagito con poco entusiasmo, anzi scendendo. Ma il Presidente della Banca Centrale USA è lo stesso che il precedente Presidente degli Stati Uniti insediò, perché si aspettava una gestione morbida della politica monetaria. Ad arte per mantenere un tono positivo per i mercati finanziari. In realtà, per i listini azionari, cui gli investitori USA sono molto affezionati. E dai quali traggono, o vorrebbero trarre, significative plusvalenze. Che da qualche mese sono svanite, complici inflazione da prezzi di materie prime e i conseguenti aumenti dei tassi d’interesse. E non è certo casuale che l’attuale Presidente statunitense, l’inquilino della Casa Bianca, come si suole denominarlo, qualche giorno fa abbia comunicato ai propri concittadini che l’aumento del costo della vita lo preoccupa. Come preoccupava la sua famiglia, ha detto: “Nella mia famiglia quando aumentavano i prezzi di gas e cibo, lo sentivamo”.
Ci sarà anche il timore di effetti negativi sul voto di medio termine ad inizio novembre prossimo? E perché no! Ed ecco che le sedute dei mercati azionari USA di fine settimana respirano un’aria più rarefatta e i listini si attestano ad un andamento meno timoroso sul futuro delle decisioni che la Banca Centrale attuerà tra giugno e luglio prossimi. Il 15 giugno e il 27 luglio conosceremo il nuovo valore del “tasso di sconto” (lo vorrei citare come lo conobbi) di Washington.

Se anche la Banca Centrale Europea (meglio sarebbe di Eurozona) deciderà di intervenire sul livello del tasso di riferimento, lo si saprà forse il 21 luglio prossimo, perché nella seduta del 9 giugno ben difficilmente la Banca di Francoforte muoverà al rialzo il tasso zero in essere già da moltissimi mesi. Anzi, dal 10 marzo 2016! Tasso zero che, unitamente all’acquisto di titoli di Stato dei Paesi di Eurozona ha evitato che, nelle lunga fase di pandemia, la situazione economica di Eurozona entrasse in serie difficoltà. Ma ora il mondo festeggia (si fa per dire) l’uscita dalla pandemia. Almeno dalla fase più acuta, anche se focolai se ne sviluppano in più zone. Festeggia, si fa per dire, perché torniamo daccapo, all’inizio del ragionamento. Al livello del tasso d’inflazione USA e a quello di Eurozona, che, per aprile, tocca il livello massimo negli ultimi anni, il 7,5%. E sotto il grafico:

Certo, si è stabilizzato, perché tra febbraio e marzo scorsi il salto fu evidente e pari a 1,5 punti, contro lo 0,1 tra aprile e marzo. Ed è la ragione che indurrà il Direttivo della BCE ad attendere altri due mesi, prima di affiancare la Federal Reserve nella cura tipica per abbassare la febbre da inflazione: la stretta creditizia.

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