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«Il pos non funziona, paga in contanti»: così avrebbe intascato i soldi dei versamenti

Dipendente delle Entrate accusato di peculto, favoreggiamento per un collega

Agenzia delle Entrate

PERUGIA – Il pos non funziona, meglio pagare in contanti. Avrebbe pensato a tutto lui, del resto, mese dopo mese, volta dopo volta, alla fine quel dipendente dell’Agenzia delle Entrate era diventato un volto familiare, uno di cui fidarsi. E, invece, secondo la Procura della Repubblica di Perugia, che gli ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini per le ipotesi di peculato e di accesso abusivo alle banche dati, l’operatore, dal 2012 al 2020, avrebbe rosicchiato euro dopo euro fino ad arrivare a 56mila, dalle rate versate dai contribuenti che dovevano far fronte a debiti con l’Agenzia. Secondo le indagini, se non indirizzava i clienti verso il pagamento in contanti, avrebbe emesso più ricevute di importo basso per confondere gli utenti stessi sull’effettivo versamento effettuato oppure l’importo digitato sul pos se lo sarebbe fatto “rimborsare” in contanti da altri. Insomma, un sistema diversificato e articolato che sarebbe saltato nel luglio del 2019 dopo la denuncia di un utente che si era rivolto ai carabinieri di Assisi.
Ai militari aveva raccontato di essere entrato in confidenza con un impiegato che, in alcune occasioni, gli aveva consentito di saltare la fila e pagare in contanti. Il denunciante, però, aveva il sospetto che parte del suo denaro non venisse realmente versato. Erano stati avviati, quindi, degli accertamenti che avevano evidenziato delle anomalie tra le ricevute di pagamento e gli importi effettivamente versati da parte di una serie di utenti, accumunati dallo stesso operatore dell’Agenzia delle Entrate. Nel febbraio 2020, su delega della Procura della Repubblica di Perugia, erano state effettuate perquisizioni a casa dell’uomo e nella sua postazione di lavoro, rinvenendo quietanze di pagamento non consegnate ai clienti. Durante le perquisizioni, l’indagato sarebbe riuscito a contattare un collega, a cui avrebbe chiesto di far sparire documenti compromettenti. Un tentativo che è sfociato nell’iscrizione nel registro degli indagati anche per il secondo dipendente, con l’accusa di favoreggiamento.
Dalle indagini è emerso che l’addetto, tra il 2012 e il 2020, sarebbe riuscito a mettersi in tasca parte dei soldi versati dai contribuenti almeno in un centinaio di occasioni. Sia il dipendente accusato di peculato che quello accusato di favoreggiamento sono stati sospesi dal lavoro da febbraio 2020, al primo è stato effettuato un sequestro preventivo pari all’ammontare che avrebbe ottenuto indebitamente.

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