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La retromarcia del Nasdaq: ecco cosa rischiamo

L’analisi di Angelo Drusiani

PERUGIA – Poco sotto comparirà un grafico che mette a confronto due importanti indici azionari, che rilevano quotazioni di aziende con caratteristiche non analoghe. Le ragioni sono due: di carattere tecnico la prima, perché i valori dei due indici, inizialmente distanti, sono finiti sullo stesso piano numerico. La seconda, per confermare, se ve ne fosse ancora necessità, degli enormi progressi che la presenza delle società tecnologiche di prim’ordine ha caratterizzato non solo, e non tanto, il positivo andamento dell’indice azionario, ma, soprattutto, dell’intera economia statunitense.

Al punto, come si potrà verificare, osservando il citato grafico, che l’indice soprattutto “tecnologico” Nasdaq è salito, nell’arco di quattro anni e mezzo da un valore di poco superiore ai seimila punti a poco più di sedicimila. Nello stesso arco temporale, il valore dell’indice della Borsa di Francoforte è salito da circa 12500 punti a poco più di sedicimila. Allo stesso livello, in pratica dell’indice Nasdaq, che, a metà maggio 2017, valeva la metà di quello tedesco.
Ma non è solo la crescita esponenziale di fatturati e utili delle aziende tecnologiche ad avere caratterizzato gli anni “ruggenti” di uno dei tre principali indici azionari di New York. C’è molto altro, in realtà. La propensione al rischio finanziario della popolazione a “stelle e strisce”, la vocazione degli imprenditori ad osare anche in misura fortissima (si pensi alla recentissima proposta del Presidente di Tesla per il possibile acquisto di Twitter), il sostegno degli Esecutivi di Washington agli investimenti in campo azionario (valga per tutti l’attenzione con cui il precedente Presidente USA ha più volte osannato la Borsa newyorkese). È spesso dalle entrate finanziarie di Borsa che le famiglie USA traggono linfa per spostarsi di abitazione, cercando sempre di migliorarne la caratteristiche.
L’opposto di quanto ha caratterizzato le scelte della maggior parte degli investitori di Eurozona. Votati, e l’Italia ex “BOT people” e ora “BTP people” ne è l’esempio più significativo, all’acquisto principalmente di titoli di Stato. Fatti salvi, in parte, gli ultimi due anni, causa il livello dei loro rendimenti, sceso vicino allo zero. Anche perché le recenti emissioni di titoli obbligazionari da parte di società, Banche e Assicurazioni, soprattutto, ma anche di altri comparti produttivi, hanno fissato limiti di sottoscrizione pari, ora, ad almeno 200/250 mila euro. Riservati, peraltro, ad investitoti istituzionali e professionali. Giocoforza, qualche trasferimento di capitali dai titoli obbligazionari a quelli azionari si è manifestato anche nel vecchio Continente.
Ed ecco l’effetto “rincorsa” da parte del citato indice USA al DAX tedesco.

Lo stesso grafico, scarno ed impietoso, evidenzia che il 19 novembre scorso il livello dei due indici ha segnato i valori massimi, per poi cedere all’incalzare del tasso d’inflazione. Segnalato, nell’ultimo mese, al 9% nel Regno Unito, all’8,3 per cento negli Stati Uniti, al 7,4% in Eurozona.
Le stesse Banche Centrali, che hanno contribuito in misura determinante a far scendere il livello dei tassi d’interesse negli anni passati, causa anche il diffondersi della pandemia, grazie ai generosi acquisti di emissioni governative e, in alcune realtà, anche di strumenti azionari, ora sono sul fronte opposto. L’aspetto particolare, al di là dell’incremento dei tassi ufficiali, al fine di rallentare gli acquisti di materie prime, i cui prezzi sono aumentati tantissimo, alimentando la crescita del costo della vita, è che quegli strumenti acquistati dovranno essere in parte rivenduti, utilizzando gli stessi mercati nei quali vennero comprati. E se in quest’ultimo caso i loro prezzi salirono, determinando un calo dei rendimenti, ora si potrebbe produrre l’effetto opposto. Prezzi in calo e rendimenti in rialzo. In attesa di ulteriori rialzi dei tassi ufficiali.
Chi sta soffrendo più di altri? L’indice Nasdaq, come il grafico evidenzia. Perché è stato rapidissimo nel salire, ma, in questi mesi, ha ingranato una rapida retromarcia. Qualche spiraglio, per una nuova inversione di tendenza? La prima, se in estremo Oriente europeo cessasse il conflitto. La seconda, se le Banche Centrali evitassero un rialzo eccessivo e ravvicinato dei tassi d’interesse. Perché rallentare la propensione ai consumi può aiutare a frenare il galoppo inflazionistico. Ma frenare, anziché rallentare, la propensione stessa ai consumi, non solo potrebbe bloccare la corsa al rialzo del tasso d’inflazione, ma rischierebbe di riportare la ricchezza mondiale al livello di cinque o sei anni fa.
Con il rischio di assistere al regresso, anziché il progresso del globo!

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