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Sulla placca ipertecnologica antisisma rinasce Castelluccio e la storia della sua gente. Un “patto con la montagna” per affrontare insieme il futuro

SPOTLIGHT di MARCO BRUNACCI | Un dispositivo che per la prima volta al mondo verrà approntato per far rivivere l’antico e la ricostruzione va, premendo l’acceleratore sul meglio della tecnologia disponibile. Il “gran sacerdote” del progetto della Regione Umbria, Nodessi: sicurezza per 100 anni, poi basterà un cambio di gomme…

di Marco Brunacci

PERUGIA – Avete presente una zattera ben costruita? Per quanto il mare sia in tempesta, cavalca le onde finchè il mare non si placa. L’immagine è di Stefano Nodessi, direttore regionale che ha fatto della ricostruzione post sisma una sorta di ragione di vita. Ha studiato e studia le migliori soluzioni, affronta le questioni, quelle tecniche come quelle burocratiche, con lo stesso piglio. E sta dando tutto lo slancio possibile – tra le mille difficoltà che ci sono in un Paese complicato come l’Italia – alla ferma volontà politica più volte espressa, e non solo a parole, dalla presidente Tesei, di cambiare passo ai tempi e ai modi della ricostruzione.

I risultati si stanno vedendo. Il progetto Castelluccio di Norcia è stato illustrato in ogni modo ed è uno sforzo importante che l’Umbria sta facendo insieme al commissario alla ricostruzione, meglio delle altre regioni del cratere, dimostrando di essere più preparata e più determinata. Visti i tempi, che comunque sono lunghi, un modo migliore di predisporsi al futuro.
Ma è la zattera di cui si parlava la novità di cui l’Umbria e Nodessi vanno fieri. Per dirla in un modo che non sia troppo tecnico: si tratta di una placca, tridimensionale, realizzata a strati, divisi da cuscinetti in acciaio e neoprene.Si inserisce nel terreno e permette di vivere una vita “normale” a un passo dalle faglie, proprio come si trova Castelluccio.
La placca che verrà usata qui sfrutta le migliori tecnologie in circolazione, ma non sarebbe una novità assoluta se non fosse per il suo utilizzo. In Giappone su questo tipo di installazioni si costruisce il nuovo. L’Umbria affronta invece il terremoto recuperando l’antico, il vecchio di pregio, la sua storia, la cultura, il paesaggio, la vita delle persone prima che quelle terribili, alte onde la sconvolgessero.
La placca reggerà il centro storico di Castelluccio, che sarà nuovo e antico nel contempo. Nuovo e invincibile – e diremo quanto invincibile – ma antico per intendere che il paese che tutti conoscono e amano a un passo dall’affascinante piana, arrampicato sull’Appennino, tornerà a mostrarsi come è stato nel passato.
Si recuperano pietre e strutture ma anche la storia della gente, il loro desiderio di legare il futuro a un luogo che conoscono e che fa parte di loro e che è parte delle loro attività.
Quale urto è in grado di reggere la placca tridimensionale, questo “millefoglie” ipertecnologico? Nodessi spiega che attutisce fino a rendere ridurre gli effetti a un decimo della potenza del sisma. Una scossa può essere ridotta a un insistente solletico o al più a un non pericoloso “effetto frullatore” se si è sopra la placca? Questo è, facendo i conti sulle sollecitazioni e sulla risposta di stabilità che viene data.
Ma non solo: la sicurezza è garantita per 200 anni, dicono, dati alla mano, e fatte tutte le simulazioni, i tecnici che ci stanno lavorando. Nodessi parla di 100 anni senza intervenire. Poi potrebbe essere necessaria una manutenzione. Un cambio di gomme, scherza. E il riferimento è a un intervento su quella interfaccia destinata all’acciaio e al neoprene.
Nodessi è anche uomo di numeri e conclude anche che i benefici superano di gran lunga i costi. L’uso della placca poi, non ha paragoni neanche con il nuovo antisismico, alla lunga più vulnerabile e soggetto a maggiore usura e quindi a più interventi nel corso degli anni.
Castelluccio sta a 500 metri dalla faglia dell’Appennino. Quei cupi schianti che annunciano e precedono i terremoti sono una angosciosa colonna sonora da secoli. Norcia è poco più distante. Per dare un futuro alla coraggiosa gente di questo posto bisogna dare non solo generiche speranze ma aspettative. E dopo tanti ritardi, ora finalmente si va veloci, per quanto possibile, considerate le difficoltà tecniche e ancora quelle immancabilmente burocratiche, ma si va premendo l’acceleratore sulla migliore tecnologia disponibile.

La risposta più avanzata alla “terra che trema”, non è una sfida, piuttosto una sorta di patto con la montagna, per restare insieme ad affrontare il futuro. Con più serenità e nuove prospettive.

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