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«Innocente ma per 10 anni il diavolo della Curia»

Luca Galletti, l’ex presidente dell’Istituto di sostentamento del clero, racconta la sua odissea giudiziaria: «Orgoglioso di aver lavorato con grandi vescovi»

di Sebastiano Pasero

TERNI – «La botta forte l’ho avuta quando ho visto gli scatoloni delle intercettazioni, degli atti giudiziari, delle testimonianze, delle perizie. E’ lì che ho visto scorrere la mia vita, almeno quella degli ultimi anni. Quando ho fatto richiesta di accesso agli atti per visionare la documentazione relativa alle mie vicende giudiziarie ho capito che c’erano più di 10 anni senza intimità, c’erano 10 anni di vita passati al setaccio. Tutti avevano guardato, giudicato, commentato. E tra questi non c’erano solo gli inquirenti. Mezza città aveva puntato il dito».

«La mattina del 17 luglio del 2013, quando mi sono venuti a prendere la Polizia e la Guardia di Finanza, per me è stata una liberazione. Erano due anni ormai che stavo al centro del massacro. E con me ci stava la Curia, il Vescovo, 25 anni di lavoro, l’idea che amministrare i beni della Chiesa potesse essere una occasione di sviluppo per la chiesa di Terni e per Terni stessa».
Luca Galletti è stato per anni il diavolo, il demone che secondo le accuse avrebbe avvelenato i conti e l’operato dell’Istituto diocesano di sostentamento del clero e della diocesi di Terni, Narni e Amelia. Oggi è un uomo di 60 anni che sulle tante ferite del corpo e dell’anima stende i fogli delle sentenze di assoluzione, di archiviazione e di proscioglimento. E ha ritrovato la sua dignità, la sua innocenza: «Quando stai anni sotto pressione, più di 20 giorni in carcere, in isolamento, tre mesi ai domiciliari, quando vedi le persone vicino a te che soffrono per te, perdi sicurezza, quella sicurezza che è stato sempre il mio punto di forza».
Luca Galletti, dal 2007 al 2011fino al 2013 presidente dell’Istituto di sostentamento e direttore dell’ufficio tecnico della Diocesi, ha mantenuto il suo argomentare da guascone: «Casa mia è stata perquisita da tutti, persino dai Carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio che cercavano calici, quadri e arredi sacri. Anche la Forestale è venuta. Hanno vagliato tutto, ma proprio tutto anche un versamento nel 2007 di 37 euro alle Poste. Mi è passato sopra un treno con tutti i vagoni carichi, ho avuto un ictus e mi avevano dato per morto. Sono stato a Trevi su una carrozzina mezzo paralizzato, con le parole che non uscivano dalla bocca, eppure ho retto. Ogni volta che ho pensato di mollare ho detto che non potevo dargliela vinta».
Mollare sta per parlare o morire?
«Sta per farla finita, non certo per parlare, perché non avevo nulla da dire, perché parlare giusto per parlare vuol dire perdere la stima di tutto il Mondo. Mi bastava averne contro solo i tre quarti del Mondo», ride amaro Galletti. «Ho avuto il grande onore di lavorare per il patrimonio della Chiesa ternana. Penso di aver dato tutto quello che sapevo dal punto di vista professionale, con risultati che sono stati evidenti: gli interventi di tante chiese, di tanti luoghi di culto, di formazione, di socializzazione, di sostegno a chi è in difficoltà. Ricordo ancora con orgoglio una riunione in Regione, nel comitato paritetico per il Giubileo del 2000, quando a Perugia non volevano credere che eravamo riusciti ad ottenere per la diocesi di Terni, Narni e Amelia, risorse senza precedenti. Sono orgoglioso di aver lavorato con vescovi di grande personalità e intelligenza, Franco Gualdrini e Vincenzo Paglia, quest’ultimo un uomo che sapeva vedere lontano, che non si rassegnava a un ruolo marginale per Terni. Mi ripeteva spesso: “Fa tutto quello che ritieni giusto, fallo con amore e dedizione”».

Le vicende giudiziarie?
«Per dirle tutte ci vuole troppo tempo. Il mio rapporto con la Procura di Terni inizia nel 2011, con l’inchiesta sulla vicenda del fallimento del salumificio Cassetta, poi non si è più fermato. L’apice è arrivato con il castello di San Girolamo che una società fiduciaria della Curia aveva acquistato dal comune di Narni, un bene che nessuno voleva e che pure sarebbe potuto diventare una eccellenza per il territorio. Prima sono arrivati sette avvisi di garanzia, quindi gli arresti. Per uscirne innocente ci sono voluti sette anni e una sentenza passata in giudicato. Il primo dicembre del 2020 quando è stata letta l’assoluzione perché il fatto non sussiste ho pensato che avrei passato il Natale senza ombre, con la mia famiglia, con mio figlio Simone che in questi anni è stato eccezionale, l’avrei passata con l’uso del braccio riacquistato, con la capacità di parlare, di ragionare, di ricordare. Avrei passato un Natale di vera pace perché ho riacquistato la fiducia nella giustizia terrena, grazie anche a un collegio giudicante che ha valutato i fatti, le azioni di tutti noi, non le chiacchiere dei corvi anonimi. Per certi versi mi sento fortunato».
Rancori?
«Ho frequentato per una vita gli uomini di chiesa ma io non sono per il perdono. Non ce l’ho con chi ha fatto le indagini e ha portato avanti le accuse. In questi anni ci sono state occasioni per maturare rispetto, anche sul versante umano. Certo, alcune cose, come farci uscire dalla questura di Terni solo ad uso e consumo dei fotografi non è stata una bella cosa. Quello che non posso dimenticare sono le meschinità che hanno generato questo mostro giudiziario che non ha colpito solo me ma anche altri, anche loro tutti risultati innocenti. Mi riferisco agli esposti anonimi, ai dossier che giravano per Roma e per Terni, ai postini che rifornivano le redazioni dei giornali, ai pezzi della chiesa romana e ternana e della politica cittadina che di questa storia ne hanno fatta un’arma di combattimento. Ho sempre avuto ben chiaro che l’obiettivo fosse quello di demolire quanto di buono in quegli anni la Curia aveva pazientemente, saggiamente costruito, in un’ottica di una Chiesa moderna, presente nella città, che cerca di sviluppare occasioni, progetti, per la città, per una dimensione nazionale di Terni. Penso a progetti tipo quello delle cellule staminali. E’ brutto dirlo, a Terni ci lamentiamo sempre ma poi appena qualcuno prova a fare qualcosa, inizia l’assalto alla diligenza. Sul fare si gettano puntualmente veleni in maniera gratuita. Il Castello di San Girolamo? Una truffa. Rimettere in piedi il più importante salumificio del Ternano? Una speculazione. Le cellule staminali? Roba da case farmaceutiche e così discorrendo. Di sciocchezze, dette da improbabili interlocutori, sono piene anche le intercettazioni, scaffali di fogli. In quegli anni c’era gente che telefonava un po’ qua e un po’ là per darsi un ruolo, per spargere veleni. Si tratta peraltro di copioni consolidati e ripetuti».

Ma il buco, il grande buco nei conti della Curia?
«Anche qui il discorso da fare deve essere ben articolato. In questi anni ho sentito cifre prive di ogni logica e dimensione. Faccio notare che i bilanci della Diocesi sono tutti firmati e approvati dai membri del Consiglio di Amministrazione della Diocesi. Da essi risultano le entrate e le uscite, con le relative operazioni. Credo che sia anche il momento di chiarire lo stato economico della Diocesi che in quegli anni ha aumentato il patrimonio in maniera notevole. I processi giudiziari – partiti con accuse incredibili, sino alla associazione a delinquere – hanno certificato la nostra correttezza: tutti assolti e il vescovo uscito dall’inchiesta ancor prima dell’inizio del processo. Ora pongo una domanda facile: noi siamo stati tutti assolti ma allora chi lo ha fatto questo benedetto buco? Non è per caso che non è mai esistito come è stato raccontato? E allora, perché tanto clamore da andare ben oltre Terni e interessare persino Roma e il Vaticano?».

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