DI DIEGO DIOMEDI
Sicuramente una cosa nuova e rilevante nel mercato del cibo europeo. L’UE procede dunque con un emendamento a dire basta all’utilizzo di termini tipici del mercato della carne, declinati a cibi vegetali. Molti si sono interrogati (incluso il sottoscritto) sul perché un vegano ha piacere ad acquistare una salsiccia vegana. Spiego meglio: se non piace l’idea di mangiare la carne, perché comprare un nome (es. salsiccia, hamburger ecc.) che comunque contribuisce ad alimentar il mercato della carne? Per prendere spunto dalla cronaca politica praticamente oggi possiamo definirlo così: “Se un vegano vuole un nome per una cosa vegetale, se ne faccia uno tutto suo”. Tornando al tema, perché tutto questo e perché adesso?
Le motivazioni ufficiali dietro il divieto del Parlamento Europeo di usare nomi come “burger” o “salsiccia” per i prodotti vegetali si concentrano su tre pilastri principali. Il primo, quello più “scontato” diciamo, è la chiarezza per il consumatore. L’obiettivo primario è evitare la confusione (o “misleading”) al momento dell’acquisto, assicurando che le etichette siano completamente trasparenti riguardo all’origine animale o vegetale dell’alimento. Il secondo sicuramente è quello della tutela della tradizione con la misura che mira a difendere e riservare le denominazioni storiche (come “bistecca” o “hamburger”) al patrimonio culturale e gastronomico tradizionale della carne. Il terzo è quello più tecnico e mira a considerare una coerenza normativa. Si intende estendere alle denominazioni della carne la tutela già in atto per i prodotti lattiero-caseari, le cui terminologie (es. “latte”, “burro”, “yogurt”) sono da tempo riservate ai soli prodotti di derivazione animale. Ma fermiamoci un attimo a riflettere: davvero ha senso chiamare “hamburger” qualcosa che di carne non ha nemmeno l’ombra? La logica di fondo sembra ormai quella di voler ricalcare, a tutti i costi, l’immaginario carnivoro, solo in versione “verde”. Un vorrei ma non posso. Anzi, un vorrei ma non voglio. Ma così facendo si finisce per restare prigionieri di ciò da cui, teoricamente, si vuole prendere le distanze. Se il punto di partenza è quello di proporre un’alternativa alla carne, perché continuare a inseguirne nomi, forme e perfino l’aspetto? È un po’ come rinnegare un modello e, allo stesso tempo, imitarlo. Eppure, il linguaggio in cucina non è mai neutro visto che racconta di abitudini, identità, culture, tradizioni e spesso i nomi delle preparazioni portano dietro anche il nome dei prodotti all’interno. Qui soffermiamoci un secondo. Quando parliamo di salsiccia, in automatico la salsiccia è di maiale. Quando non è solo di maiale, si aggiunge vicino la specifica come, per esempio, la salsiccia di cinghiale che in parte, all’interno ha comunque il maiale. Quindi base salsiccia con maiale + aggiunta di, in questo caso dell’esempio, cinghiale. Pensiamo ora ad un “hamburger”. Non è solo un prodotto alimentare, ma un simbolo, una storia, una memoria collettiva che appartiene a un certo mondo. Un mondo povero, un mondo che evolve, un mondo che va veloce (il McDonald raccoglie tutto questo) e spesso viene usato anche in maniera dispregiativa nei discorsi, parlando di hamburger solo per dire il cibo che fa male. Usare dunque la stessa parola per descrivere un composto di legumi o di soia, per quanto gustoso possa essere, significa inevitabilmente richiamare quella “cosa”, non crearne una nuova. E allora forse è proprio qui che si può ultimare una lettura interessante, in collegamento magari anche con lo spiriti legislativo dell’UE. Se davvero si vuole promuovere un’alimentazione vegetale come scelta consapevole, etica e moderna, questa dovrebbe anche trovare il coraggio di costruire un proprio linguaggio, libero da imitazioni e paragoni. Inventare nuovi nomi, nuove forme e nuovi racconti significherebbe dare dignità piena a un percorso che non ha bisogno di nascondersi dietro alle parole della carne. Così, le salsicce torneranno a essere quelle vere, di carne, come una volta. E tutto ciò che è vegetale potrà finalmente camminare con le proprie gambe, chiamandosi per quello che è, un qualcosa di diverso, originale, autentico e, perché no, finalmente sincero.


