di Marco Brunacci
TERNI – Scusate l’anticipo, stavolta perfino troppo. Prima di Natale 2025 Umbria7 scriveva, in pieno tourbillon di proposte e cordate americane e indiane per l’ex Ilva di Taranto, che il vero progetto, al vaglio diretto della presidente del consiglio Giorgia Meloni, era quello che prevedeva la discesa in campo del gruppo Arvedi come acciaiere di riferimento, insieme con un campione nazionale che era facile identificare già allora in Eni, pronta a presentare un altro bilancio da record.
Ora è il quotidiano Domani, che di solito ha fonti di informazione finanziaria di primo livello, che riprende l’indiscrezione di Umbria7 e che potete leggere nel pezzo qui linkato. Per farlo Domani usa
questo titolo, molto esplicito: “Una cordata Arvedi-Eni: al Ministero la proposta per rilevare l’ex Ilva”.
Pensare che ieri l’altro, agli stati generali di Confindustria, i grandi giornali, dal Corriere della Sera a Repubblica al Sole 24 ore, tutti con più o meno rilievo, segnalavan premier Meloni, nè da parte del ministro Urso.
La sottolineatura serviva per dire che nella politica industriale del Governo, restava un vulnus non di poco conto: l’ex Ilva da non meno di trent’anni è un banco di prova per ogni amministrazione, e nessuno è riuscito finora a incanalare il gigante di Taranto verso una soluzione praticabile, che consenta di avere un futuro non solo costellato di incertezze e ansie.
La piccola Umbria7 aveva già indicato, prima di Natale, i potenziali punti di forza del progetto che sarebbe più ragionevole chiamare Eni-Arvedi.
Innanzitutto è una soluzione nazionale, con gruppi che hanno l’Italia non solo nel cuore ma anche come punto riferimento del business.
Questo potrebbe rassicurare non poco dopo le ultime sbandate indiane e le incerte proposte delle Repubbliche asiatiche, per altro considerate non meno a rischio di quelle targate Usa.
In secondo luogo, il futuro di Taranto sarà comunque legato al gas.
Quindi chi più e chi meglio di Eni? Inoltre lo sforzo finanziario sarebbe da ritenere enorme per un gruppo pure solido come Arvedi, ma non per Eni, qualora ci sia il supporto convinto del Governo.
In terzo luogo, il ritorno in Italia della governance del gruppo potrebbe permettere di realizzare più facilmente intese sia con la Ue che con le amministrazioni locali, in attesa che la magistratura
sciolga i restanti dubbi.
Umbria7, solitaria come così spesso capita, aveva segnalato questa strada.
Il percorso non è terminato. Le criticità ci sono e sono ancora tante, legate anche alle prossime decisioni della magistratura. Certo però, qui ci sono le basi professionali (la competenza del gruppo Arvedi), finanziarie (la solidità del gigante Eni e la sua forza nel gas) e di prospettiva (l’italianità come garanzia di sviluppo e di futuro) che hanno, già prima di Natale, portato Giorgia Meloni in persona a
occuparsi del dossier.
E’ presto per dire come finirà, ma ci sono elementi per giungere alla tanto attesa svolta per l’ex Ilva.
Nell’attesa, non resta che fare una riflessione in chiave umbra e ternana.
Niente fa pensare che Ast venga in qualche modo sacrificata, qualora si concretizzasse un impegno ulteriore di Arvedi a Taranto.
Anzi: potrebbe esserci piuttosto un futuro più garantito per le Acciaierie ternane, con le specificità proprie dell’Ast, all’interno di un quadro di riferimento più ampio.

