di Palmiro Degli Affranti
TERNI – Terni sembra vivere una condizione strana: quella di un lutto non elaborato. Non un lutto dichiarato, ma uno di quelli che restano lì, sotto traccia. Come se il crollo di un intero “impero” – politico, culturale, identitario – non fosse mai stato davvero compreso fino in fondo.
(E qui una premessa, doverosa: chi scrive ha i capelli bianchi e una lunga militanza alle spalle, vissuta al fianco di molti dei protagonisti di questa storia ternana. Proprio per questo ha scelto l’anonimato: per evitare che queste righe vengano lette alla luce di appartenenze, correnti o vecchie ruggini. L’idea è semplice: provare a far discutere il merito, senza offrire appigli a dietrologie che – a Terni – non mancano mai.)
E quando non capisci davvero cosa è finito, fai fatica anche a capire da dove ripartire.
Il punto, forse, non è nemmeno tornare a vincere. È tornare ad essere utili. Utili alle persone, non alle dinamiche interne. Perché negli ultimi anni si è vista troppo spesso una comunità politica – in particolare il Partito Democratico ternano – ripiegata su sé stessa: autocelebrativa, autoreferenziale, lontana dal cuore pulsante della città.
Una comunità che ha finito per trasformare ogni esito elettorale in un’ascia di guerra interna, invece che in uno strumento di comprensione. Come se perdere o vincere servisse più a regolare conti che a leggere la realtà.
E nel frattempo, fuori, la città cambiava.
C’è stata un’illusione lunga: quella di poter sostituire l’azione con l’analisi, la presenza con il commento, la reazione con la contestazione. Come se bastasse spiegare perché qualcosa non funziona per tornare automaticamente rilevanti.
E poi ci sono momenti in cui, più che l’analisi, colpiscono le parole. In una recente iniziativa sul referendum o congressuale, non ricordo, mi è capitato di ascoltare – credo fosse il segretario provinciale – dire che la narrazione di un partito che deve vincere non è del tutto corretta, perché per stare vicino a chi perde ogni giorno bisogna dimostrare di essere pronti a perdere anche come partito.
Ora, al netto delle buone intenzioni, è una frase che oscilla tra il paradosso e l’autogol. Perché c’è una sottile ma decisiva differenza tra capire le sconfitte e rivendicarle. Tra rappresentare il disagio e abituarsi ad esso. Tra empatia e rassegnazione.
E qui scatta qualcosa di ancora più curioso. Dopo quasi dieci anni senza vittorie significative, invece di interrogarsi ossessivamente su come tornare a vincere, sembra che si stia facendo uno sforzo creativo opposto: costruire una teoria della sconfitta. Una specie di estetica del perdere.
Come quei ristoranti che, non riuscendo a cucinare bene, iniziano a spiegarti che in realtà stanno “decostruendo il gusto”.
Oppure come una squadra che, retrocessione dopo retrocessione, decide di fondare una scuola di pensiero: il bel campionato perso, giocato con grande coerenza nella sconfitta.
Il rischio è evidente: trasformare un problema in un’identità. E a quel punto non perdi più per caso, ma per coerenza.
Se la politica smette di provare a vincere – nel senso più alto del termine, cioè migliorare le condizioni delle persone – rischia di trasformarsi in una forma elegante di testimonianza. Anche nobile, per carità. Ma spesso inutile.
Ma, parafrasando Gianluca Vialli, la vita (e la politica) è fatta di 90% di come reagisci e 10% di ciò che ti accade. E a Terni, negli ultimi anni, quella capacità di reagire sembra essersi un po’ arrugginita.
Un po’ come certi storici e Grandi Dirigenti che restano tali, ma perdono il contatto con il tempo presente. (Ogni riferimento a “Leo” non è puramente casuale.)
Nel frattempo, altri hanno occupato spazi con competenza e realismo. I 5 Stelle non stanno più un “gomblotto” indietro ma un patto avanti. Prima l’indignazione, poi la gestione, sana e saggia tral’altro. E spesso chi osservava gli stessi anni fa lo faceva con sufficienza, salvo accorgersi tardi che il terreno sotto i piedi era già cambiato.
Il problema, però, non è (solo) degli altri.
È anche di una classe dirigente e di un sistema di opinion leader che, invece di aprire il dibattito, lo hanno spesso chiuso. Più attenti a certificare posizioni che a metterle in discussione. Più inclini a cercare applausi che risultati.
E allora forse la vera domanda è: da dove si riparte?
Forse da un “big bang” generazionale…oppure, fatemi essere attuale, un Tic Festival generazionale e delle idee (non me ne vogliano gli organizzatori del TIC che stimo ed in parte conosco benissimo) Non anagrafico, ma culturale. Un momento in cui si rompe davvero con certi automatismi e si torna a parlare di temi concreti: lavoro, servizi, identità della città, prospettive per chi resta e per chi vorrebbe tornare.
Forse da una riconnessione emotiva, prima ancora che politica. Perché senza quella, ogni proposta resta fredda, tecnica, distante.
Forse – parola pericolosa ma necessaria – da un passo di lato vero di alcuni miei Compagni, amici, coetanei. Non come rito, ma come momento di confronto e sintesi. RUVIDO, se serve. Ma anche di accordo, se è serio.
Perché evitare il conflitto non ha reso più forte questa comunità. L’ha resa più fragile.
E allora, senza firme e senza bandiere, una provocazione semplice: il centrosinistra ternano vuole tornare a essere una forza che interpreta la città, o una che commenta quello che fanno gli atri? vi dico con umile ma profondo amore per Terni e per la sua nobile storia Politica e Amministrativa legata al Centrosinistra ..le due cose, insieme, non stanno più funzionando da troppo tempo.


