PERUGIA – Salari più bassi che nel resto d’Italia, laureati che svolgono lavori al di sotto delle loro qualifiche ma la soddisfazione degli umbri per il proprio lavoro risulta tra le più alte a livello nazionale. Il viaggio nel lavoro umbro comincia dal 57,5%, ma la vera notizia è nel modo in cui quel numero viene costruito. Non indica tutti coloro che si dichiarano genericamente soddisfatti. Misura la quota di occupati che nel 2024 ha attribuito una media tra 8 e 10 a sei aspetti concreti: guadagno, sviluppo professionale, ore lavorate, stabilità, distanza casa-lavoro e interesse per l’attività svolta.
Dentro questa platea ci sono sia i dipendenti sia gli autonomi. Il questionario dell’Istat cambia persino una delle domande a seconda della posizione: ai dipendenti chiede delle opportunità di carriera, ai collaboratori della carriera e del giro d’affari, agli autonomi del giro d’affari. Il risultato riguarda dunque l’intero lavoro umbro, dalla fabbrica allo studio professionale.
Con una soglia tanto esigente, l’Umbria è terza tra le regioni italiane. Fanno meglio soltanto il Trentino-Alto Adige, al 62,3%, e la Valle d’Aosta, al 59,8%. Il Centro si ferma al 54%, il Nord al 52,8%, l’Italia al 51,1% e il Mezzogiorno al 45,4%. Il vantaggio umbro vale 3,5 punti sul Centro, 4,7 sul Nord, 6,4 sul Paese e 12,1 sul Mezzogiorno. Nell’Italia centrale le Marche sono praticamente appaiate, al 57,4%; più indietro Lazio, al 54,3%, e Toscana, al 51,5%.
La geografia consueta viene così capovolta. Una regione che non dispone dei salari e della produttività delle aree più forti porta nella fascia dei giudizi molto alti una quota di lavoratori superiore anche a quella del Nord. Ma il restante 42,5% non può essere chiamato insoddisfatto: sotto la soglia di 8 convivono valutazioni intermedie e giudizi realmente negativi, che l’Istat non separa nelle tavole regionali.
Sempre di fonte Istat, c’è anche da considerare l’indagine Multiscopo “Aspetti della vita quotidiana”. Con una domanda generale, nel 2024 considera molto o abbastanza soddisfatto il 77,6% degli occupati italiani: 78% al Nord, 77,2% al Centro e 77,1% nel Mezzogiorno. È una misura diversa e non offre per l’Umbria la distribuzione necessaria a riempire quel 42,5%, ma dimostra che la fascia sotto 8 non coincide con l’insoddisfazione.
Perché allora tanti umbri raggiungono la fascia più alta? Non esiste una risposta statisticamente provata, perché l’Istat non pubblica le sei componenti separate per regione. Gli indicatori di contesto, tuttavia, convergono su una parola: continuità. Nel 2024 solo il 2,8% degli occupati umbri temeva di perdere il lavoro e di non trovarne uno simile, contro il 3,2% italiano; le trasformazioni da impieghi instabili a stabili raggiungevano il 20,4%, rispetto al 16,6% nazionale.
Il quadro più recente rafforza, ma rende anche più complessa, questa lettura. Nel 2025 l’Umbria conta 377.800 occupati, circa 4.700 in più rispetto al 2024, con una crescita dell’1,3%, superiore allo 0,8% italiano e allo 0,5% del Centro. Il tasso di occupazione tra 15 e 64 anni sale dal 68% al 69,1%: è secondo nell’Italia centrale dopo la Toscana, al 70,5%, e precede Marche, al 67,5%, e Lazio, al 64,2%. Supera di 2,2 punti la media del Centro, al 66,9%, e di 6,6 punti quella nazionale, al 62,5%.
Il biennio mostra però un cambio di motore. Dopo il forte aumento del 3,2% registrato nel 2024, la crescita prosegue nel 2025 ma viene interamente dal lavoro indipendente: gli autonomi salgono da 82.600 a 88.800, oltre 6.100 in più, mentre i dipendenti scendono da 290.400 a 289.000, circa 1.400 in meno. Il mercato umbro continua dunque ad allargarsi, ma non attraverso un’espansione uniforme del lavoro subordinato.
La stabilità entra anche nelle famiglie. Tra i nuclei senza pensionati e con persona di riferimento sotto i 65 anni, soltanto il 6,2% vive senza occupati, contro il 9% italiano; il 60,8% vive invece in famiglie con almeno due persone al lavoro, rispetto al 53,6% nazionale. Due redditi non significano automaticamente benessere, ma riducono la paura che una difficoltà individuale diventi subito una crisi familiare.
Poi il viaggio cambia luce. la retribuzione media annua dei dipendenti umbri è dell’11,2% inferiore a quella media nazionale. Il 25,7% dei laureati occupati svolge mansioni inferiori al titolo posseduto; il part-time involontario raggiunge il 10,2%, contro l’8,5% nazionale; il lavoro da casa si ferma al 6,4%, rispetto al 10,3%.
Il punto più duro è la sicurezza: nell’ultimo dato disponibile, riferito al 2022, gli infortuni mortali o con inabilità permanente sono 17,8 ogni 10 mila occupati, contro gli 11 italiani. Sullo sfondo resta la produttività: tra il 2007 e il 2023 il valore aggiunto per ora lavorata è diminuito del 6,7% in Umbria, mentre nel Paese è cresciuto del 4%.
Il paradosso è tutto qui. Il lavoro umbro rassicura più di quanto premi, tiene insieme più di quanto faccia avanzare. Il 57,5% racconta una fiducia rara, costruita con ogni probabilità sulla continuità, sulla minore insicurezza e sulla riconoscibilità del proprio contributo. Ma la fiducia diventa sviluppo soltanto quando incontra salari migliori, competenze utilizzate, sicurezza e produttività. Altrimenti rischia di trasformarsi nella forma più elegante dell’adattamento.

