di Marco Vinicio Guasticchi*
PERUGIA – Per anni ci siamo raccontati che certe violenze fossero soltanto l’espressione esasperata del disagio sociale. Che dietro gli scontri ci fossero ragazzi arrabbiati, tensioni locali, proteste destinate a spegnersi con il tempo. Oggi questa lettura appare sempre più insufficiente. Quando gruppi organizzati scelgono sistematicamente lo scontro con le forze dell’ordine, utilizzano ordigni incendiari, devastano beni pubblici e trasformano una manifestazione in un teatro di guerriglia, non siamo più di fronte a una semplice contestazione. Siamo davanti a un attacco ai principi stessi dello Stato democratico.
La democrazia riconosce il diritto di manifestare, di dissentire, di protestare anche con forza. Ma non riconosce il diritto di intimidire lo Stato, di colpire chi indossa una divisa, di imporre con la violenza ciò che non si riesce a ottenere con il consenso. La differenza è enorme e non dovrebbe essere oggetto di ambiguità politiche o culturali.
In questi anni alcune realtà dell’estremismo antagonista sono state raccontate quasi con indulgenza. C’è chi le ha dipinte come laboratori sociali, chi come semplici centri di aggregazione, chi addirittura come esempi di partecipazione civile. Nel frattempo, però, in troppe occasioni si sono viste scene di devastazione, aggressioni alle forze dell’ordine, occupazioni illegali e un linguaggio che ha progressivamente sostituito il confronto democratico con la logica dello scontro permanente.
Anche le grandi opere, come la TAV, sono diventate per alcuni il pretesto per una battaglia che va ben oltre il merito dell’infrastruttura. La protesta non riguarda più soltanto il sì o il no a un progetto. Per una minoranza estremista sembra trasformarsi nell’occasione per mettere in discussione l’autorità dello Stato e dimostrare che alcuni territori possano diventare zone sottratte alla legalità.
Il punto più inquietante è proprio questo: la convinzione che una minoranza organizzata possa condizionare la vita della maggioranza attraverso la paura. È una logica che ricorda le stagioni più oscure della nostra Repubblica, quando pochi pretendevano di parlare a nome del popolo usando la violenza come strumento politico. La storia italiana ha già conosciuto quella deriva e ne ha pagato un prezzo altissimo.
Non meno gravi sono le responsabilità di una parte della politica e del sindacato che, negli anni, hanno scelto di ammiccare a certe realtà, partecipando a manifestazioni, minimizzando episodi di violenza o giustificandoli come inevitabili conseguenze delle tensioni sociali. Le parole hanno un peso. Quando si invoca la “rivolta sociale” senza chiarire che essa deve svolgersi esclusivamente nel rispetto della legge, si rischia di offrire agli estremisti uno slogan da utilizzare come presunta legittimazione delle proprie azioni.
Oggi molti di quei protagonisti sembrano prendere le distanze, forse perché si rendono conto che la violenza, una volta alimentata, non riconosce più padrini politici. Gli estremisti non cercano alleati: cercano spazi da conquistare e istituzioni da delegittimare.
Naturalmente non bisogna cadere nell’errore opposto. Sarebbe profondamente ingiusto confondere migliaia di cittadini che manifestano pacificamente con poche centinaia di violenti. La stragrande maggioranza di chi protesta esercita un diritto costituzionale e merita rispetto. Proprio per questo è necessario isolare chi trasforma le piazze in campi di battaglia, sottraendo credibilità a qualsiasi rivendicazione.
Lo Stato democratico non deve rispondere con la vendetta, ma con la forza della legge. Fermezza, processi, condanne quando vi sono responsabilità accertate e piena tutela delle libertà costituzionali. È questa la differenza tra una democrazia e chi vorrebbe sostituire il diritto con la violenza.
L’Italia ha sconfitto il terrorismo degli anni di piombo, ha combattuto la mafia, ha resistito agli attacchi delle organizzazioni criminali senza rinunciare ai propri valori fondamentali. Anche oggi deve dimostrare la stessa determinazione. Perché la libertà di manifestare è un pilastro della Repubblica, ma non può mai diventare il paravento dietro cui si nasconde chi sceglie la violenza come metodo di lotta politica.
La democrazia è forte proprio perché garantisce diritti anche a chi la contesta. Ma chi usa la violenza per intimidire le istituzioni non sta esercitando un diritto: sta mettendo alla prova la tenuta dello Stato. Ed è una sfida che uno Stato di diritto non può permettersi di perdere.
*già presidente della Provincia di Perugia


