Terni non è più la grassa

La pizza ai ciccioli di Elio Mezzaioli racchiudeva una città popolare e ottimista

di Sebastiano Pasero

TERNI – “Eliooo.. grassa!” La richiesta della signora Giuliana che stava al bancone a tagliare la pizza arrivava con un tono voce tra l’invocativo e il perentorio.
L’invocazione al fornaio che sta sveglio da prima dell’alba.
L’ordine di una città che non era a dieta e che il kebab o il sushi neanche lo immaginava.
Alla richiesta della moglie, Elio Mezzaioli, venuto a mancare in queste ore a 84 anni, rispondeva con il rumore del soletto che atterrava sul bancone.
“Eliooo…grassa!”, erano le parole di piazza Solferino, lontanissima dai cocktail e dallo smercio delle sostanze. La piazza si sballava con la pizza di Elio che era conosciuta per essere “ignorante”, molto gustosa e molto diretta al fegato.
Un forno che ancora esiste – la famiglia Mezzaioli ha venduto nel 2000 – ma che è molto meno identitario e rappresentativo.
Elio era il fornaio che iniziava a impastare quando in tanti dormivano e che si concedeva giusto una pennichella dopo pranzo. Una Terni che produceva, con il sudore, valore aggiunto; che veniva dalla periferia, da vocabolo Fiori, e che considerava un punto di arrivo lavorare e vivere in centro.
Elio a 12 anni aveva iniziato a impastare nel forno aperto nel primo dopoguerra. Un forno davanti al mercato delle erbe. Poi il mercato si era spostato, il proprietario del forno lo aveva seguito. L’ex garzone aveva dunque rilevato l’attività ed è rimasto nella sua piazza.
Una Terni popolare, sempre pronta a interessarsi degli altri, che un pezzo di pizza non lo rifiutava a nessuno, che di notte produceva e non temeva le spaccate alle vetrine. Una Terni che quando c’era da scaricare il camion della farina o dei pelati per la pizza rossa si dava una mano.
Una generazione che era partita dalla macerie delle bombe e che si è guadagnata case confortevoli.
Una città da rimpiangere? Una che ha lasciato molta roba in eredità, che ha costruito benessere, che era in espansione o comunque ottimista. La città che mangiava la pizza di Elio, i bomboloni di Ceci, la carne del macellaio sotto casa, che beveva in via Garibaldi e che si sentiva forte.
È vero negli anni ’80 è anche la città dove c’era l’eroina ma non sembrava essere totalizzante. Elio la sera prima di chiudere si metteva una decina di minuti appoggiato allo stipite della porta del laboratorio ad osservare la piazza e la sua città. Chissà se oggi la riconoscerebbe.

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