di Marco Brunacci
TERNI – «Sì, sono uno che ha messo sempre al primo posto l’ascolto, come dice lei, ma non per rimanere lì. Vale la regola: ascoltare, osservare, discernere per animare. In questo modo l’ascolto diventa il motore per agire e, se serve, per cambiare».
Francesco Antonio Soddu, nuovo vescovo di Terni, 63 anni, sardo di montagna, Chiaramonti, poche case tra le colline aspre, Sassari nel cuore, la Sardegna dei cespugli di mirto e di lentischio, vento e rocce scolpite dal vento, dinamico, conversatore brillante, partecipe, appassionato. Talento da organizzatore – e non potrebbe essere diversamente chi come lui è stato per dieci anni direttore di Caritas italiana – ha una lista davanti a sé di persone da incontrare lunga come quella di un manager.
Sa cosa dicono in tanti della Diocesi di Terni? Che ci vuole un uomo di polso per guidarla. Che idea si è fatto in queste prime settimane?
«Il polso? No, proprio, guardi, non ambisco a essere descritto come uomo di polso. Il polso che serve per guidare una Diocesi è quello del buon pastore, come ci insegna il vangelo. Non il polso, ma, come in tutte le cose, serve buon senso e discernimento”. Una pausa, ma sulla questione del “polso pastorale” non molla. Eccolo ancora: “Lei dice che il polso pastorale serve per ripianare qualche spigolosità. E invece io rispondo che anche le spigolosità, se non sono colpi alle spalle, sono utili per crescere. Nella mia esperienza ho avuto giornate difficili, non dico di no. Dissidi? Mah, – aggiunge, spingendo i suoi pugni chiusi uno contro l’altro ma senza farli toccare – direi diversità di opinioni. Ma non sono mai stato triste, Tutti lo possono testimoniare. E comunque finora qui non ho trovato niente del genere. Solo cose positive».
Davvero nulla di negativo?
«No, davvero».
Come è arrivato a Terni?
«All’improvviso. Una vera sorpresa. Non avrei mai detto. Il Nunzio Apostolico mi convoca. So per esperienza che quello è il modo in cui il Papa mi farà conoscere la sua decisione. Pensavo: ecco, finiti i miei 10 anni in Caritas, tornerò alla mia Sardegna, alla quale, come si capisce, sono tanto legato. E invece il Nunzio mi dice: Terni».
E lei cosa ha risposto?
«Subito sì. Ma perchè ci sono dei precedenti. Ho iniziato a dire di no, quando mi chiesero di andare a studiare a Roma. E poi ero ancora titubante prima di accettare l’incarico di direttore alla Caritas, che significava il trasferimento a Roma e un ministerio in tutta Italia. Alla fine ho detto di sì ma dopo aver pensato al profeta Giona a quel passo del Vangelo che dice: “Subito lasciarono le reti”. E subito era subito. Ed eccomi qua, a Terni».
Che città ha trovato?
«Una città che è bella dentro. Lo dico perché la prima volta che ci passai con un confratello, eravamo in macchina, non riuscivamo a trovare un certo posto sulle colline laziali e ci trovavamo che era già tardi proprio a Terni. Dovevamo mangiare qualcosa. Ma il confratello mi disse: no, Terni, no, andiamo a Narni. Oggi ho rivisto tante zone della città, San Francesco, San Giovanni. certe parti del centro. Ed è ho concluso che quella volta ci eravamo davvero sbagliati. E’ una città di 2700 anni, ha una grande storia. Certo Amelia è ancora più antica. E ho avuto modo di visitarla e di godere le sue bellezze e la grandezza del suo passato. Terni è una bella città dentro una bella diocesi».
Ha conosciuto i suoi predecessori, monsignor Pugliese e monsignor Paglia?
«Nel lavoro per la Caritas, al servizio e per le necessità che ci indicavano i vescovi. Ma solo attraverso questo lavoro».
Ha trovato qui qualcuno che conosceva e che la ha aiutata a entrare?
«Don Salvatore aveva lavorato con noi. E anche altri due che avevano collaborato con Caritas. Ma l’ingresso è stato sereno, senza alcun problema».
Possibile? Neanche una nota stonata o, che so, un rammarico in questi primi due mesi?
«Non sono ancora riuscito a parlare con i giovani, Ma non è un rammarico. Lo faremo. Voglio spiegare quello che intendiamo fare, Voglio avere un colloquio con loro».
Con le istituzioni cittadine il primo impatto come è andato?
«Ci siamo subito intesi. Stiamo collaborando. Siamo andati insieme in tre zone della città dove era utile recarsi per ascoltare, a partire dalla parrocchia di San Valentino. In uno di questi appuntamenti è venuto anche il sindaco Latini ed è rimasto dall’inizio alla fine. Ora dobbiamo decidere come continuare».
Con la politica come parlerà?
«Io penso che occuparsi del bene comune sia tra le più belle cose che si possano fare. Per questo è così importante amministrare una città ed è così importante la politica. Si può operare all’interno del vissuto quotidiano. Spero di poter essere un interlocutore franco, sincero. attento. E sarò ben felice di collaborare per il bene comune, ma sottolineando sempre che si costruisce a iniziare dagli ultimi. È anche mio compito ricordare il magistero sociale della Chiesa. Degli ultimi ci si deve occupare».


