di Marco Vinicio Guasticchi*
Negli ultimi anni il tema della migrazione è tornato con forza al centro del dibattito pubblico europeo, accompagnato da un concetto sempre più discusso e controverso: quello della “remigrazione”. Un termine che suscita reazioni contrastanti, spesso utilizzato in modo improprio o semplificato, ma che rimanda a una questione reale e complessa: come conciliare accoglienza, sicurezza e coesione sociale in società sempre più multiculturali.
L’Europa, e in particolare molti Paesi del Nord, è stata per decenni un punto di riferimento per politiche di inclusione e apertura. Milioni di persone hanno lasciato i propri Paesi d’origine per cercare migliori condizioni di vita, trovando nel continente europeo opportunità di lavoro, stabilità e diritti. Questo fenomeno ha contribuito in modo significativo alla crescita economica e al rinnovamento demografico di un’Europa che invecchia rapidamente e che, senza nuovi ingressi, faticherebbe a sostenere il proprio sistema produttivo e sociale.
La stragrande maggioranza degli immigrati ha intrapreso percorsi di integrazione positivi: lavora, studia, paga le tasse, cresce figli che si sentono europei a tutti gli effetti. In molti casi, queste persone rappresentano una risorsa fondamentale, non solo dal punto di vista economico, ma anche culturale e umano, contribuendo a rendere le società più dinamiche e aperte.
Tuttavia, accanto a questa realtà largamente positiva, esiste una minoranza che non rispetta le regole e che alimenta insicurezza. Si tratta di individui coinvolti in attività criminali o, in casi più rari ma particolarmente allarmanti, in fenomeni di radicalizzazione ideologica o religiosa. Sebbene numericamente limitati, questi episodi hanno un forte impatto sull’opinione pubblica e rischiano di compromettere la percezione complessiva del fenomeno migratorio.
È in questo contesto che si inserisce il dibattito sulla remigrazione, spesso proposta come soluzione per affrontare tali criticità. Se interpretata in modo rigoroso e nel rispetto dello Stato di diritto, essa può essere intesa come l’applicazione delle norme già esistenti: l’espulsione o il rimpatrio di cittadini stranieri che commettono reati gravi o che rappresentano una minaccia concreta per la sicurezza collettiva. In questo senso, non si tratta di una misura ideologica, ma di uno strumento giuridico già previsto dagli ordinamenti democratici.
È importante però distinguere tra un approccio legale e mirato e derive generalizzanti o discriminatorie. La sicurezza non può diventare un pretesto per colpire indiscriminatamente intere categorie di persone. Confondere chi delinque con chi vive onestamente rischia di generare ingiustizie e di alimentare tensioni sociali, rafforzando proprio quelle dinamiche di esclusione che possono favorire marginalità e conflitto.
La vera sfida per l’Europa consiste quindi nel trovare un equilibrio credibile tra fermezza e inclusione. Da un lato, è necessario garantire l’applicazione delle leggi, contrastare con decisione la criminalità e prevenire ogni forma di estremismo. Dall’altro, è fondamentale investire seriamente nei processi di integrazione: scuola, lavoro, conoscenza della lingua, accesso ai servizi e partecipazione alla vita civica sono elementi essenziali per costruire comunità coese.
Un sistema che funziona è quello che sa distinguere con chiarezza tra diritti e doveri. Gli immigrati regolari devono poter contare su tutele, opportunità e rispetto, ma anche essere chiamati a condividere le regole e i valori fondamentali della società in cui vivono. Allo stesso tempo, lo Stato deve dimostrare di essere presente ed efficace, evitando sia lassismo sia approcci puramente repressivi che non affrontano le cause profonde dei problemi.
La civiltà europea si è costruita nel corso dei secoli attraverso un equilibrio tra libertà e responsabilità, tra diritti individuali e interesse collettivo. Difendere questo patrimonio significa saper governare i cambiamenti senza cedere né alla paura né all’ingenuità. La migrazione non è un fenomeno temporaneo, ma una realtà strutturale del nostro tempo, destinata a proseguire anche nei prossimi decenni.
Per questo motivo, servono politiche lungimiranti, capaci di andare oltre l’emergenza e di costruire soluzioni sostenibili nel lungo periodo. Una gestione ordinata dei flussi, accordi internazionali efficaci, investimenti nei Paesi di origine e percorsi di integrazione solidi rappresentano elementi imprescindibili di una strategia equilibrata.
Solo attraverso un approccio razionale e pragmatico sarà possibile tutelare i cittadini, valorizzare il contributo degli immigrati regolari e isolare chi, con i propri comportamenti, mette a rischio la convivenza civile. In questo senso, sicurezza e accoglienza non sono alternative, ma due pilastri complementari di una società giusta, stabile e capace di guardare al futuro con fiducia.
*Ex presidente della giunta provinciale


