E’ passato mezzo secolo dall’assassinio del sostituto procuratore della Repubblica di Roma
di DANILO PIRRO
TERNI – Il 10 luglio 2026 ricorrono cinquant’anni dall’assassinio di Vittorio Occorsio, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, ucciso il 10 luglio 1976 in via Mogadiscio, a Roma, da un commando dell’eversione neofascista. La memoria nazionale lo ricorda come uno dei magistrati simbolo della Repubblica ferita dagli anni di piombo; ma nella sua biografia esiste anche una pagina ternana, meno nota e molto intensa, che merita di essere riportata al centro del ricordo.
Vittorio Occorsio arrivò a Terni il 12 ottobre 1959, quando prese possesso delle funzioni di Pretore presso la Pretura di Terni. Il dato è documentato nella scheda biografica del Consiglio Superiore della Magistratura, che ricorda come Occorsio rimase in città per quasi cinque anni, prima del trasferimento alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, deliberato dal CSM il 12 febbraio 1964; egli assunse poi le nuove funzioni di sostituto procuratore l’11 luglio 1964.
Quel soggiorno ternano non fu dunque un passaggio marginale. Fu una stagione professionale importante, ma anche un tempo familiare. Lo racconta con delicatezza il figlio Eugenio Occorsio nel libro Non dimenticare, non odiare. Storia di mio padre e di tuo nonno, con prefazione di Eugenio Scalfari. Il volume, scritto molti anni dopo l’assassinio, non è soltanto una biografia civile del magistrato: è anche il tentativo di restituire al padre ucciso il suo volto umano, domestico, quotidiano.
Nel ricordo del figlio, Terni appare come una parentesi luminosa. All’inizio Occorsio faceva il pendolare da Roma: prendeva il treno, arrivava alla stazione di Terni, poi rientrava la sera. Ma il lavoro alla Pretura divenne presto troppo impegnativo, e la famiglia si trasferì in città. Eugenio, allora bambino, rievoca quegli anni come un tempo di “serenità, divertimento e tanta natura”, in una Terni ancora vicina alla campagna, alle colline, agli spazi aperti.
C’è un’immagine particolarmente bella in quelle pagine: la collina di Piedimonte, che il piccolo Eugenio chiamava “il prato degli anemoni”. È una memoria minima e insieme preziosa, perché ci consegna un Occorsio diverso da quello delle cronache giudiziarie e dell’agguato terroristico: non solo il magistrato rigoroso, ma il padre giovane, l’uomo che viveva con la famiglia in una città umbra “bellissima e ridente”, come scrive il figlio.
A Terni si colloca anche un episodio familiare quasi cinematografico. Eugenio racconta di aver ingerito, da bambino, un intero pacchetto di pasticche sedative. Il padre, avvertito in Pretura, corse in ospedale. I giornali locali titolarono : “Il pretore Occorsio interrompe l’udienza e corre al capezzale del figlio”. Ma lui, anni dopo, precisava ridendo di non aver interrotto nulla: aveva aspettato che l’udienza finisse prima di precipitarsi in ospedale. È un dettaglio che vale più di molte definizioni: senso del dovere, disciplina interiore, affetto profondo ma mai esibito.
Dopo Terni venne Roma, e con Roma la parte più difficile della sua vita pubblica. Alla Procura della Repubblica Occorsio si occupò di alcuni tra i fascicoli più delicati dell’Italia repubblicana: il caso SIFAR, le trame eversive, la destra radicale, Ordine Nuovo. Secondo la ricostruzione biografica del CSM, fu proprio il procedimento contro Ordine Nuovo uno dei passaggi centrali della sua attività: nel 1971 Occorsio chiese l’applicazione della legge Scelba contro la ricostituzione del partito fascista, contribuendo a colpire giudiziariamente quell’area dell’eversione nera.
Il 10 luglio 1976 la violenza politica lo raggiunse sotto casa. Occorsio uscì per andare al lavoro alla guida della sua Fiat 125; fu assassinato con una raffica di mitra. Sul luogo dell’agguato furono lasciati volantini di rivendicazione riconducibili a Ordine Nuovo. La Fondazione Vittorio Occorsio ricorda quell’attentato come un omicidio terroristico di matrice neofascista, consumato contro un magistrato che aveva indagato proprio sui legami dell’eversione nera.
Nel cinquantesimo anniversario della morte, Terni può dunque rivendicare un dovere particolare di memoria. Occorsio non fu soltanto un nome della grande storia giudiziaria italiana. Fu anche, dal 12 ottobre 1959, il pretore di questa città. Qui esercitò la giustizia nella dimensione concreta e quotidiana della Pretura; qui visse con la moglie e i figli; qui il figlio Eugenio conservò i ricordi dell’infanzia, della stazione, dei ritorni serali, delle colline e del “prato degli anemoni”.
Ricordare Occorsio a Terni significa allora sottrarlo alla sola immagine del martire civile, pur necessaria, e restituirgli una biografia intera. La sua storia non comincia con l’agguato del 1976. Passa anche per le aule della Pretura ternana, per una città in trasformazione, per una famiglia che qui trovò una stagione di pace.
Il titolo scelto dal figlio Eugenio, Non dimenticare, non odiare, resta la formula più giusta. Non dimenticare: perché la Repubblica si fonda anche sulla memoria di chi ha servito lo Stato fino al sacrificio. Non odiare: perché la giustizia, per essere tale, non può mai ridursi a vendetta. Nel nome di Vittorio Occorsio, anche Terni può riconoscere una parte della propria storia civile


