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Banche centrali: giugno difficile

L’analisi di Angelo Drusiani

di Angelo Drusiani

PERUGIA – «Non c’è da aspettarsi che rialzi dello 0,75% dei tassi di interesse diventino una cosa comune». Il Presidente della Banca Centrale degli Stati Uniti ha poi aggiunto, al termine della recente riunione della stessa Federal Reserve, che per luglio si ipotizza un aumento di mezzo punto. Con riferimento alle preoccupazioni espresse da organi di stampa, egli ha rassicurato, dicendo che «non ci sono segnali di rallentamento nell’economia». Ma, soprattutto, ha aggiunto: «Né la Fed sta cercando di indurre alcuna recessione».  Per concludere che sono state ridotte le stime sulla crescita dell’economia americana. Ora le attese di incremento del prodotto lordo si attestano all’1,7% per quest’anno. Erano indicate al 2,8%, in precedenza.

Il grafico riporta il livello del tasso ufficiale USA da metà dicembre 2018, data dell’ultima riunione della Banca Centrale di quell’anno, alla più recente, chiusasi mercoledì 15 giugno scorso. Al di là che mi sembra di vedere il profilo di un’anatra, emerge immediatamente la velocità con cui la FED attua la politica restrittiva in materia di tassi d’interesse. Il confronto con la parte sinistra del grafico è particolarmente significativa. Una delle motivazioni, a supporto delle chiusure negative degl’indici delle Borse il giorno successivo alla decisione di aumentare il tasso di riferimento, il 16 giugno, va ricercata anche nella frase sottolineata poche righe sopra. La sola citazione di un’ipotetica recessione, in un periodo già vessato dell’incremento del costo della vita e dalla guerra nell’estremo oriente dell’Unione Europea, non è il massimo della comunicazione.

Tra le cause responsabili degli effetti negativi nel comparto azionario, in realtà, c’è soprattutto la convinzione, da parte degli investitori, che una diminuzione significativa del tasso d’inflazione, nel breve termine, sia pressoché impossibile. A causa, anche, delle tensioni internazionali tra Occidente e Oriente del globo. Di cui, con tutta franchezza, non ve n’era necessità e di cui è complesso valutare se vi sia la possibilità di tornare alla normalità dei rapporti stessi. Anche perché le sanzioni applicate alla Russia, per ora, hanno effetti negativi in misura non trascurabile sulle economie del Vecchio Continente.
Da questa parte dell’Atlantico, la BCE non ha brillato. Anche la Banca di Francoforte dovrà domare un’inflazione di medio periodo. E pure in questo caso, la comunicazione non è piaciuta ai mercati finanziari. Per arrivare ad una conclusione, sommando le due vicende, che di sicuro il costo della vita pesa sensibilmente sui listini azionari. A cui non si può non sommare una certa inquietudine degli investitori, all’indomani delle ultime due conferenze dei Presidenti delle ricordate Banche Centrali. Qualcuno ha scritto che la fiducia nei confronti della politica monetaria che ambedue attuano è scesa sensibilmente e che questa componente abbia un ruolo determinante nelle quotazioni azionarie. In aggiunta alla precaria fase politica che si dipana dagli Stati Uniti (a novembre voto di metà mandato!) per sfociare in Europa. Ma i paradossi non mancano. Le stime che fanno riferimento ai mercati finanziari, con cadenza molto ravvicinata, indicano una tenuta degli investimenti nel comparto azionario, soprattutto statunitense, mentre nel vecchio Continente, goccia dopo goccia, l’interesse si svuota. Nonostante i dubbi di molti osservatori, infatti, una fetta non trascurabile di investitori crede che l’attuale politica della FED sia in grado di contenere l’inflazione in tempi relativamente contenuti.
Per contro, il comparto obbligazionario sta soffrendo ovunque. Il timore di ulteriori, e pressoché certi, rialzi dei tassi gioca un ruolo fondamentale, in quest’ottica. Dove ancorarci, per vedere innanzi a noi prospettive migliori? Alla seconda parte del prossimo mese, quando, giorno dopo giorno verranno comunicate le rilevazioni trimestrali delle aziende quotate, relative al secondo trimestre di quest’anno. Spesso, sono proprio queste comunicazioni a ridare linfa agli investimenti, grazie al ritorno d’interesse da parte degli investitori stessi. Molte aziende quotate, nel corso degli ultimi anni, compresi quelli soggetti alla lunga pandemia, hanno evidenziato risultati economici sempre più brillanti. Grazie, anche, e non va sottovalutata, la propensione ai consumi che non ha mai tradito le vicende economiche. Perdurando l’incerta situazione che stiamo in ogni caso vivendo, le future comunicazioni aziendali, pur confermando la tendenza positiva, saranno accompagnate da un minore ottimismo.
Da lunedì, in “fila” per la decima emissione del BTP Italia. Con durata otto anni, in questa occasione. Tra le caratteristiche che lo contraddistinguono: il valore della cedola minima, pari all’1,60% al lordo dell’imposta (valore che verrà confermato definitivamente il prossimo 23 giugno), e il doppio premio per chi conserverà in portafoglio il titolo sottoscritto tra lunedì e mercoledì. Complessivamente, il premio stesso sarà pari all’1%, accreditato in due momenti differenti, del capitale immesso in portafoglio. Oltre alla cedola indicata sopra, verrà accreditata anche la rivalutazione del capitale, il cui valore è pari all’incremento dell’inflazione maturata nel periodo. La nuova emissione si avvarrà del codice ISIN IT0005496994. Non è una comunicazione di servizio. Ma attenzione che il codice inserito sia quello corretto, perché all’indomani delle sottoscrizioni, il codice assegnato alla stessa emissione, che verrà scambiata quotidianamente nel mercato secondario, assumerà un codice ISIN diverso.

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
del doman non v’è certezza.

Dalla Canzona di Bacco di Lorenzo de’ Medici.

Per non chiudere troppo tecnico e con un ottimismo troppo flebile!

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