«Il problema non è tanto la fine delle ideologie, quanto la loro incapacità di evolversi con la stessa rapidità del mondo»

L’analisi di Guasticchi

di Marco Vinicio Guasticchi*

PERUGIA – Nel dibattito contemporaneo, parlare di destra e sinistra sembra sempre più un esercizio retorico svuotato di significato. In un mondo globalizzato, interconnesso e dominato da grandi potenze economiche e militari, le categorie politiche che hanno segnato il Novecento appaiono spesso incapaci di descrivere la realtà. Guerre, tensioni geopolitiche, crisi economiche e conflitti identitari sembrano rispondere a logiche diverse da quelle ideologiche tradizionali.
Leader come Vladimir Putin, Xi Jinping, Donald Trump e Benjamin Netanyahu vengono spesso percepiti come espressione di un nuovo paradigma: quello della leadership forte, centrata sull’interesse nazionale, sulla sicurezza e sul consolidamento del potere. Pur provenendo da contesti politici diversi, questi leader incarnano una tendenza comune: il progressivo superamento delle ideologie classiche in favore di una politica più pragmatica, personalistica e, talvolta, spregiudicata.
La globalizzazione ha contribuito a questo processo. L’apertura dei mercati, la delocalizzazione produttiva e la crescente influenza delle grandi multinazionali hanno ridotto la capacità degli Stati di controllare pienamente le proprie economie. In questo scenario, le differenze tra programmi politici si sono attenuate, soprattutto in ambito economico, dove spesso prevalgono vincoli esterni e logiche di competitività globale. Di conseguenza, destra e sinistra hanno perso parte della loro identità originaria, finendo talvolta per convergere su scelte simili.
Tuttavia, sarebbe un errore concludere che le ideologie siano del tutto scomparse. Esse continuano a influenzare temi fondamentali come la distribuzione della ricchezza, i diritti civili, il ruolo dello Stato e le politiche sociali. Piuttosto, ciò che è cambiato è il modo in cui queste idee vengono interpretate e comunicate. La politica si è fatta più immediata, più mediatica, meno legata a strutture culturali profonde e più dipendente dal consenso a breve termine.
Un elemento centrale di questa trasformazione è la crescente personalizzazione della politica. I partiti, un tempo luoghi di elaborazione ideologica e formazione della classe dirigente, si sono progressivamente indeboliti, lasciando spazio a figure carismatiche capaci di catalizzare consenso attorno alla propria persona più che a un progetto collettivo. Questo fenomeno ha contribuito alla percezione di una classe dirigente meno preparata e più orientata alla gestione del potere che alla costruzione di visioni di lungo periodo.
In parallelo, la sfiducia verso la politica ha alimentato un circolo vizioso. La demonizzazione dei partiti e delle istituzioni ha ridotto la partecipazione e l’interesse civico, favorendo l’emergere di leadership meno radicate culturalmente. In questo contesto, il rischio è che prevalgano logiche di forza, semplificazione e contrapposizione, a scapito del confronto democratico e della complessità.
Anche sul piano internazionale, la situazione appare instabile. I conflitti attuali non possono essere letti esclusivamente in chiave ideologica: essi intrecciano interessi strategici, risorse, equilibri regionali e fattori storici. La dimensione religiosa e identitaria, in alcuni casi, viene utilizzata come strumento di legittimazione politica, contribuendo ad alimentare tensioni già esistenti.
Dove porterà tutto questo è difficile dirlo. Il rischio di un mondo più frammentato e conflittuale è reale, ma non inevitabile. Esistono ancora istituzioni internazionali, movimenti civili e dinamiche cooperative che cercano di bilanciare le spinte più aggressive. La storia insegna che le fasi di crisi possono anche essere momenti di trasformazione.
Più che abbandonare le categorie di destra e sinistra, forse è necessario ripensarle alla luce delle sfide contemporanee. Il problema non è tanto la fine delle ideologie, quanto la loro incapacità di evolversi con la stessa rapidità del mondo. Recuperare una visione politica più solida, capace di coniugare valori e pragmatismo, potrebbe essere la chiave per evitare che il futuro sia davvero dominato solo da logiche di potere e sopraffazione.

*ex presidente della Provincia di Perugia

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