Lotta al coronavirus, burocrazia assurda: bloccate 80mila mascherine per i medici in prima linea

POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | L’Umbria c’è e si mobilita: l’Università trasforma 140 maschere da sub, le aziende (Caprai) fanno i camici sanitari stagni, si moltiplicano le donazioni, ma per una firma si rischia la vita. La presidente Tesei tratta e ottiene da Consip altri tre respiratori (ne mancano ancora 38)

PERUGIA – Lotta al coronavirus. L’Umbria c’è, si mobilita, si scopre una società viva e liberale e solidale ma poi per una firma, un modulo, una carta da bollo, un foglio in triplice copia, un doppio timbro carpiato, medici in prima linea non possono avere le mascherine indispensabili per trattare e battere l’infezione da Covid.

L’ultima storia di assurda, normale, ovvia e al contempo sempre incomprensibile burocrazia va raccontata: l’Umbria rinuncia a mettersi in fila alla Protezione civile, sapendo che i tempi sono troppo lunghi, e mobilita le sue aziende, i suoi contatti, gli uffici esteri delle imprese umbre e trova e compra sul mercato un carico di 80mila mascherine ffp2, quelle che servono ai medici, non le altre che adesso sul mercato si possono reperire abbastanza facilmente. È un quantitativo che mette al riparo dalle sorprese per un mese almeno tutti gli ospedali e i sanitari in quotidiano contatto con i malati Covid.

Dite: bene, bravi, le avete trovate, quando arrivano. Risposta: e chi lo sa? Sono ferme a un lunare check point della burocrazia. Si tratta di fare tutto in regola, per carità. E infatti sono ferme, irrimediabilmente ferme. Se non si sbloccano? Sono guai. Ma magari si sbloccano. Sì, speriamo. Ma si può andare avanti in questa maniera in un Paese che rischia come sta rischiando?
E pensare che l’Umbria sta rispondendo oltre le attese. La Regione chiede e arrivano in tanti a dare. La Regione dice di una necessità e vede mobilitarsi associazioni di categoria, associazioni professionali, Università, fondazioni, aziende di ogni genere e dimensione.
Sentite l’Università: mancano le maschere per respirare ossigeno dai ventilatori. Invece di attendere in fila, la Regione chiede in giro. La Decathlon regala 140 maschere da sub. In Lombardia sono riusciti a modificarle e a farne maschere per respiratori. Chi ci prova? L’Università. Missione compiuta.

Ancora: manca materiale per i medici in corsia, camici stagni, tute stagne, occhiali a norma, visiere. Si fa l’elenco alla Prociv nazionale, ma poi si capisce che così si fa tardi, si mettono a rischio le persone. Si fa avanti Caprai: in queste ore stanno per uscire dalla fabbrica, che fa normalmente moda, camici stagni che serviranno, tanti, da qui ai prossimi mesi, negli ospedali umbri. Impresa non si fa solo al nord ma anche qui.
Le donazioni sono sempre costanti. Aboca, che è alle porte dell’Umbria, ha voluto comunque donare 20mila flaconi di liquido per la disinfezione delle mani. Altre imprese, di cui sarebbe lungo fare l’elenco, non passano giorno che non si mettano al servizio della collettività per battere questo nemico infido che ci aggredisce. Le Fondazioni bancarie sono state le prime a muoversi e sono ancora pronte.
L’Umbria resta in attesa di 30 e passa ventilatori. Sta combattendo la sua battaglia di prima delle retrovie del sistema Paese senza risparmiare impegno e dedizione. La guerra è tutt’altro che finita. La presidente Tesei è tornata in campo personalmente per trattare con la Consip: ieri sono arrivati, dopo questa interlocuzione sempre tesa e complicata, altri tre ventilatori. Ne mancano ancora 38. Ma a questo punto – burocrazia a parte – una cosa si dovrà dire, dopo (perché un dopo, prima o poi, arriverà): l’Umbria c’è. E non era una cosa scontata.

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